Il nuovo saggio di Vito Mancuso separa il Gesù della storia dal Cristo della teologia. Il primo ha cercato la sua rivoluzione terrena della morale, il secondo è la speranza celeste per chiunque creda in lui. Dall’armonizzazione dei due nasce un neocristianesimo.
Recensione al libro di Vittorio Coletti già professore ordinario di letteratura italiana presso l’Università di Genova e accademico della Crusca.
Recensione Coletti Gesù e Cristo [PDF]
È uscito il nuovo (e forse il più importante) libro del teologo Vito Mancuso, Gesù e Cristo (Garzanti): un’opera corposa (770 pagine), di grande probità metodologica, di solida cultura specialistica e notevole audacia teoretica, sistematica nella forma come una summa medievale e libera nel contenuto come deve essere un moderno saggio laico. La tesi, o meglio il risultato del libro è già espresso dal titolo, che collega Gesù e Cristo non con il verbo (è) ma con la congiunzione (e). Per Mancuso, infatti, testi neotestamentari alla mano, scrutinati passo passo, il Gesù storico e il Cristo-Dio della religione sono sì riferiti alla stessa persona, ma non perché questa possedesse due “nature” in una, ma perché la prima è quella originaria, finita tragicamente in croce, del figlio di Maria, nato a Nazareth, con i suoi quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle (come risulta dai vangeli), e la seconda è quella aggiunta dall’immediata reinterpretazione della crocifissione come espiazione dei peccati e inizio della salvezza del Figlio unico del Padre celeste, nato a Betlemme (e anche questo risulta dai vangeli) …
La nuova filologia mette in discussione la teologia tradizionale: i testi del Nuovo Testamento mescolano i due profili della stessa persona, perché sono stati tutti scritti da autori che hanno risentito pienamente dell’insegnamento dell’apostolo Pietro (che per primo aveva fatto circolare l’idea che il Maestro era morto in croce non perché fosse stato sconfitto, ma perché era il Cristo atteso che espiava i peccati “del mondo” sulla croce e vinceva la morte stessa resuscitando) e soprattutto di Paolo, che, sull’intuizione di Pietro, aveva avviato la costruzione del superbo tempio teologico che avrebbe rapidamente cancellato quello ebraico frequentato da Gesù. Di conseguenza, le fonti canoniche sarebbero già guidate, nella selezione dei fatti e dei detti di Gesù, dalla prospettiva del Cristo, anche se lasciano trasparire ripetutamente (espesso con aperte contraddizioni in cui si infila la critica testuale) la storia umana del figlio del “carpentiere” (Giuseppe).
Mancuso spiega chi era stato davvero Gesù, un ebreo osservante, animato dal fervore profetico dell’attesa di un’imminente (una o due “generazioni”!) venuta del Regno di Dio, cioè della liberazione di Israele dal potere politico degli occupanti romani e, soprattutto, da quello religioso e corrotto degli ebrei collaborazionisti. Era stato messo a morte, con la punizione che tipicamente spettava agli accusati di colpe politiche (la crocifissione), perché, in Israele (allora come anche oggi), la religione è subito anche politica. Gesù era morto sconfitto dopo aver generosamente combattuto per le sue idee rivoluzionarie, simili a quelle di altri profeti del tempo, come il protagonista del Libro di Enoc, coevo dei vangeli. Cristo invece è morto sapendo di aver “tutto compiuto”, cioè il progetto divino di redenzione non più delle sole “pecore perdute di Israele” (cui pensava di dedicarsi in esclusiva Gesù), ma di chiunque avesse creduto in lui: progetto che gli era ben noto perché del Padre condivide “la stessa sostanza”. La sua vera storia, quindi, comincia con la morte “secondo le scritture”, tanto che la croce diventa il segno della nuova religione che porterà il nome suo e non quello di Gesù. “A voi ho trasmesso… quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le scritture”, scrive san Paolo già vent’anni dopo la crocifissione, mettendo Cristo e solo lui al centro della vicenda umana di Gesù, di cui la cosa veramente importante erano dunque, prima, la morte e, poi, la resurrezione, che vinceva la morte e diventava una certezza di fede, anche se raccontata dai testi in maniera che solleva per Mancuso molti dubbi. Il cristianesimo comincia dunque con San Paolo che trascura Gesù a favore di Cristo e dice: “se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana (cioè Gesù), ora non lo conosciamo più così”. Gesù è rimasto un fedele dell’ebraismo con il suo rigoroso monoteismo. Cristo è diventato uno dei tre volti del Dio dei cristiani.
Ma che cosa discende, per Mancuso, da questa ricostruzione filologica di tutti i testi neotestamentari, sostanzialmente condivisa per altro dai più autorevoli esegeti del Nuovo Testamento? Intanto, un gesto di onestà intellettuale, perché oggi la moderna esegesi biblica non consente più di non sottoporre le Scritture all’analisi della filologia e della critica testuale. Poi due cose: una rinnovata attenzione per il Gesù storico, non per rilanciare il suo apocalittico messaggio religioso, intriso degli ardori dell’epoca, ma per rivalutare il suo radicale impegno per la giustizia, e una diversa proposta della irrinunciabile centralità del Cristo, visto come figura simbolica, nella nostra cultura, dell’universale tensione alla verità. La separazione filologica tra Gesù e Cristo non comporta infatti, per Mancuso, l’abbandono di uno dei due o di entrambi, ma la consapevolezza che rappresentano due assi costitutivi dell’uomo buono di sempre: l’aspirazione al bene e la domanda di verità. Questa tensione è, per il teologo, la vera via della “salvezza”: se Gesù indica la strada della morale e della giustizia, Cristo fornisce ad essa il fondamento trascendente e universale, cosmico diceva Teilhard de Chardin, necessario alla ricerca del senso della nostra chiamata alla vita e del suo mistero, a quella dimensione spirituale che Mancuso chiama ancora anima ed è l’impronta e la speranza nell’uomo dell’eterno.
La storia (Gesù) e l’Idea (Cristo) dovrebbero armonizzarsi nel neocristianesimo di Mancuso, senza mancare di rispetto alla filologia, cioè alla realtà, ma anche senza perdere lo slancio che induce a cercare la verità oltre di essa. Convinto con Wittgenstein “che la salvezza, intesa come soluzione dell’enigma della vita nello spazio e nel tempo, non possa venire da dentro la storia… quella risoluzione è fuori dello spazio e del tempo”, Mancuso ha portato all’estremo quello che un giorno ha detto il suo primo maestro, Carlo Maria Martini: “non puoi rendere Dio cattolico, Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno… ma non dobbiamo confonderli con Dio… che non si lascia dominare o addomesticare”. Non credo che la benedizione postuma di Martini renderà il libro di Mancuso più accetto alla Chiesa. Ma sarebbe davvero un peccato se questa fingesse di ignorarlo, perché vi è interrogata in maniera onesta e radicale.
