Gesù e Cristo

Gesù e Cristo

VITO MANCUSO – GESÙ E CRISTO

in libreria per Garzanti editore da martedì 11 novembre 2025

Gesù nacque a Nazaret, Cristo a Betlemme. Gesù aveva un padre terrestre, Cristo era il Figlio Unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle, Cristo era figlio unico. Gesù denunciava le ingiustizie, Cristo toglieva il peccato del mondo. Gesù morì gridando la sua disperazione, Cristo la sua vittoria. Se nessuno di noi ha incontrato Gesù, tutti noi abbiamo però incontrato Cristo. Chi fu dunque Gesù, e chi Cristo? E di chi parliamo quando ci riferiamo a Gesù-Cristo? Se già in precedenza Vito Mancuso aveva indagato il ruolo di Gesù come maestro di vita spirituale, accanto ad altri tre grandi maestri dell’umanità – Socrate, Buddha e Confucio –, ora in quest’opera capitale e innovativa raccoglie le ricerche e le riflessioni di una vita, dimostrando come la fede cristiana sia il frutto di una tradizione che, a partire da fatti documentati, si è a poco a poco arricchita di nuovi significati e di nuovi simboli. Mancuso non si limita tuttavia a districare la Storia (Gesù) dall’Idea (Cristo), ma arriva a riconoscere come, lungi dall’essere incompatibili tra loro, esse rappresentino due dimensioni costitutive di ognuno di noi. Se infatti la dottrina di cui il cristianesimo istituzionale è portavoce appare ormai insostenibile, è vero però che dell’unione di queste due dimensioni noi abbiamo bisogno, oggi più che mai: proprio nella loro distinzione e nella loro integrazione consiste il duplice scopo, storico e teologico, di questo libro.

ISBN: 8811016444 – Casa Editrice: Garzanti – Pagine: 768 – Data di uscita: 11-11-2025

Il Libraio.it [Link]


 

NEL NOME DEL PADRE

 

La figura storica di Gesù, e quella religiosa di Cristo vanno esaminate separatamente ma costituiscono due dimensioni comunicanti che si ritrovano in ognuno di noi

Gesù nacque a Nazaret; Cristo a Betlemme. Gesù aveva un padre terreno; Cristo era il Figlio unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle; Cristo era figlio unico. Gesù ebbe come maestro Giovanni il Battista; Cristo era cugino del Battista e non aveva bisogno di nessun maestro. Gesù non si capisce senza il Battista; Cristo non si capisce senza Pietro e senza Paolo. 

Nessuno di noi ha incontrato Gesù; tutti noi abbiamo incontrato Cristo. Gesù è sconosciuto; Cristo è conosciutissimo. Di Gesù ben pochi parlano e coltivano la spiritualità; di Cristo ogni giorno sulla terra si proclama la natura divina affermando che è «della stessa sostanza del Padre» e si celebra il memoriale della morte e risurrezione, dichiarando di attenderne la venuta: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta» (anche se di fatto, ormai, pressoché nessuno attende tale sua venuta).

Alla luce di queste affermazioni, che nel corso del libro verranno tutte documentate, deriva quanto segue: che Gesù e Cristo sono due personaggi diversi. Il che si contrappone alla comune interpretazione bimillenaria che fa di loro una cosa sola, tanto che i più intendono Gesù Cristo come nome e cognome. Ma Gesù e Cristo sono due personaggi diversi. E in quanto tali, rimandano a due religioni altrettanto diverse. La prima tramontò ben presto rimanendo pressoché sconosciuta; la seconda ebbe un successo mondiale divenendo la più diffusa del pianeta. La prima è il gesuanesimo, la religione di Gesù. La seconda è il cristianesimo, la religione fondata successivamente dai suoi discepoli, tra i quali emergono Pietro di Betsàida e Paolo di Tarso.

Gesù è un nome ebreo; Cristo è un nome greco. Ma non è solo una questione di nomi. I nomi sono così importanti proprio perché non è quasi mai solo questione di nomi, in quanto essi portano sempre con sé già nella loro esteriorità il sapore e il valore del contenuto. Gesù-Cristo è l’unione teoreticamente impossibile, e tuttavia da duemila anni storicamente esistente, di una spiritualità ebraica e di una spiritualità greca. Questa unione innaturale costituì la religione in cui l’Occidente per molti secoli credette e su cui fondò la propria civiltà. Atene e Gerusalemme ne costituirono l’anima, Roma il corpo. 

Oggi non è più così. Oggi la maggior parte degli occidentali si dice del tutto serenamente non-cristiana. Oggi in questo Occidente (di cui non pochi abitanti neppure sono disposti ad ammettere un’identità culturale comune, tale da plasmare, non dico una civiltà, ma almeno una base per l’etica e la convivenza sociale), il progressivo declino del cristianesimo è un dato di fatto sotto gli occhi di tutti e un processo, a mio avviso, inarrestabile. Gli occidentali avranno sempre meno a che fare con il cristianesimo, di cui non conoscono la dottrina e la storia, non frequentano i riti, non ne leggono il libro sacro, non accettano i valori, ignorano le preghiere. Dal punto di vista religioso qui in Occidente siamo di fatto in una situazione descrivibile come «post-cristiana».

La volontà di illustrare questa condizione e di concorrere in parte a risanarla è la causa che mi ha portato a scrivere questo libro, nella speranza che esso possa contribuire a quella che Teilhard de Chardin chiamava «Religione a misura della nuova Terra» di cui il nostro tempo ha urgente bisogno, anche se non lo sa. Rispetto a essa il teologo e scienziato gesuita scriveva: «Continuo a credere che sia il Cristianesimo – purché opportunamente pensato e ripensato – a contenerla in nuce». Io aggiungo che tale ripensamento non può che essere radicale, ed è in questa prospettiva che ho scritto questo libro.

Lo scopo perseguito da questo libro è duplice: storico e teologico. A livello storico esso consiste nel liberare Gesù da tutte le indebite sovrapposizioni subite dalla sua figura, riportandone alla luce, per quanto possibile, la forma genuina.

A livello teologico lo scopo consiste invece nel mostrare che le sovrapposizioni operate lungo la storia creando il personaggio Cristo, per quanto storicamente indebite e talora anche spiritualmente dannose, avevano una loro necessità e costituirono nonostante tutto un passo in avanti. Il punto, infatti, è che Gesù e Cristo, la Storia e l’Idea, non si escludono a vicenda, non sono tra loro per nulla incompatibili; anzi, dato che rappresentano due dimensioni costitutive di ognuno di noi, Gesù e Cristo hanno in realtà bisogno l’uno dell’altro, così come ognuno di noi ha bisogno sia della Storia sia dell’Idea.

Il mio scopo, quindi, non consiste nel separare definitivamente Gesù e Cristo distruggendo la loro bimillenaria simbiosi, come molti hanno fatto e continuano a fare; consiste piuttosto nel separarli per poi ricostruirne la simbiosi su basi nuove, in modo che torni a essere accettabile per la coscienza contemporanea. È come se si trattasse di una delicata operazione chirurgica nella nostra interiorità per la quale prima si deve usare il bisturi per aprire e dividere, poi l’ago e il filo per ricucire e richiudere. Sono convinto infatti di due cose: che il modo tradizionale della configurazione di quella simbiosi oggi per noi non è più sostenibile; ma che di essa, in quanto unione di Storia e Idea, noi abbiamo strutturalmente bisogno.

Abbiamo bisogno sia dell’esattezza della Storia sia della speranza dell’Idea; abbiamo bisogno sia di sapere come andarono realmente le cose, sia di sapere come farle andare avanti noi qui e ora, trovando le energie necessarie alla mente e al cuore. La Storia senza l’Idea veicolata dal mito (non solo in ambito religioso ma anche filosofico e politico) è un insieme di pietre scomposte simili ai ruderi di un sito archeologico abbandonato; l’Idea senza la Storia è calce viva che brucia gli occhi causando cecità e superstizione. È solo dall’unione di pietre e di calce che si può costruire la casa della mente che ha bisogno di capire e al contempo la casa del cuore che ha bisogno di sperare. Il compito della storiografia è di generare comprensione, il compito della teologia è di generare speranza; ma occorre che quest’ultima lo faccia in modo compatibile con la comprensione acquisita. Gesù è storia, Cristo è idea: i due personaggi e i rispettivi ambiti vanno rigorosamente distinti, ma al contempo armoniosamente integrati.

Vito Mancuso, La Stampa domenica 9 novembre 2025


GESÙ È CRISTO? DICO NO. GESÙ O CRISTO? NEANCHE

Intervista al prof. Vito Mancuso di Marco Ventura per il Corriere della Sera, domenica 9 novembre 2025

Intervista al Corriere della Sera [PDF]

Sessantadue anni, genitori siciliani, nato e cresciuto in Brianza, bolognese adottivo, Vito Mancuso è da anni un autore di riferimento per chi cerca riflessioni teologiche e filosofiche alternative tanto al cristianesimo ufficiale quanto all'ateismo militante. Il suo nuovo libro, in uscita l'11 novembre, sviluppa i presupposti contenuti nelle tante opere precedenti, scardina consolidate elaborazioni religiose e laiche sulla coppia cui è dedicato il titolo Gesù e Cristo (Garzanti) e suggerisce una nuova lettura, tesa a creare tra i due "un'armonia a prevalenza Cristo". "La Lettura" raggiunge telefonicamente l'autore – che domenica 16 novembre chiuderà BookCity al Teatro Parenti con lo scrittore Javier Cercas – all'aeroporto di Istanbul, mentre rientra da un viaggio in Turchia. 

Dunque, quale rapporto tra Gesù e Cristo? 

Ci sono due ipotesi, due grandi tendenze. Per la prima, quella dei secoli del cristianesimo vincente e imperante, Gesù è Cristo. Non c'e nessuna distinzione. Tutto quello che è del personaggio storico è del Figlio di Dio e viceversa. Poi, con la nascita della coscienza storica, la ricerca storica ha opposto i due: Gesù o Cristo …

Lei da che parte sta? 

Io non accetto l'identificazione canonica, Gesù è il Cristo, almeno non in quella maniera tradizionale. E non accetto l'opposizione, Gesù o Cristo. 

Le preme anzitutto la distinzione tra i due. 

In teologia dobbiamo onorare la coscienza storica, volenti o nolenti siamo tutti figli del metodo sperimentale, e dunque abbiamo il dovere deontologico di metterci di fronte a un frammento storico quale è stato Gesù di Nazareth e di rispettarlo nella sua peculiarità. Al contempo l'operazione che nel passato la tradizione cristiana ha fatto per unire Gesù e Cristo, nella misura in cui si fa teologia e non solo storiografia, va riproposta. È importante distinguere per poi unire a un livello più alto. 

Che tipo di unione propone? 

Se ha un senso la religione e quindi la teologia, che è riflessione sulla religione e sulla spiritualità, è esattamente comprendere che esiste una possibilità di salvezza. Riprendo nel libro varie volte quel passo di Ludwig Wittgenstein: "La risoluzione dell'enigma della vita nello spazio e nel tempo è al di là dello spazio e del tempo". Quindi il compito della teologia è pensare questo «al di là» e però pensarlo rispettando «l’al di qua». 

Perché nel libro si parla di un'armonia a prevalenza Cristo? 

Ma è evidente: perché solo Cristo, in quanto presenza del divino in un frammento storico, può salvare da questa catena di lutti, questo grande sarcofago mangiatore di carne, come lo definisco, che è la Storia. Di qui, la prevalenza decisa dell'Idea, avrebbe detto Hegel, o del Cristo Cosmico avrebbe detto Teilhard de Chardin. Anche Raimon Panikkar più di una volta nei suoi libri dice che Cristo è decisamente maggiore di Gesù. 

Che cosa significa? 

Ecco, Gesù è una modalità mediante cui questo grande paradigma della comunicazione di Dio agli uomini, che noi chiamiamo Cristo e altri chiamano in altri modi, ha raggiunto l'Occidente. Ma ne va proprio dell'essenza del cristianesimo – e, più ancora, della partita della religione e della spiritualità – che l'armonia si possa fare e debba essere a prevalenza Cristo e non a prevalenza Gesù. Altrimenti ci si appiattisce sul fenomeno storico, su ciò che la Storia consegna agli esseri umani. 

Il Cristo che dovrebbe prevalere, secondo lei, non è tuttavia il Cristo redentore della tradizione? 

Questa è la questione centrale: salvezza senza redenzione. Ovvero, non è un evento storico a costituire uno spartiacque prima del quale le cose erano in un modo e dopo del quale le cose sono mutate in un modo tutto diverso, a cui é necessario credere e partecipare per potersi salvare. Dunque non è un evento sacrificale, (a cui si partecipa mediante i sacramenti, battesimo ed eucaristia, quello che la grande tradizione ha sempre pensato) che ha cambiato il corso della storia e ha consegnato la salvezza in quanto perdono agli esseri umani a seguito del sacrificio della croce. 

Quale salvezza, allora? 

Io penso e affermo che il mezzo salvifico è l'etica, è la vita buona, è la vita giusta. Questa etica professata e vissuta non fa altro che esprimere una logica eterna, una logica che da sempre innerva il farsi del mondo. La salvezza non è qualcosa che avviene contro il mondo, a dispetto del mondo, quindi a dispetto della creazione. 

Non è più, perciò, una salvezza attraverso il Cristo? 

Cristo non è colui che salva perché ha offerto il suo corpo sulla croce con un sacrificio, con il suo sangue, con l'espiazione del peccato originale, ma è colui che salva nella misura in cui aderiamo a questa logica eterna che da sempre accompagna il mondo e che il lui si è manifestata. È questa la posta in gioco nel mio libro. 

Si tratta di una critica fondamentale del cristianesimo. 

Sostengo che il cristianesimo come redenzione è triplicemente infondato. È inverosimile storicamente, perché, come argomento nel libro, Gesù non voleva morire. È incomprensibile teologicamente, perché nessuna teoria sulla salvezza che proviene dalla croce resiste all'indagine circa le ragioni per cui Gesù ci avrebbe salvato morendo sulla croce. E poi è inaccettabile eticamente, perché si fa di Dio colui che usa Gesù per salvare gli esseri umani, uno strumento di espiazione, come San Paolo continua a ribadire in Romani 3,25. 

Spieghi meglio. 

Si strumentalizza Gesù e questo è eticamente inaccettabile. Viene meno la libertà di Gesù, la sua coscienza, la sua creatività, la sua responsabilità, se ne fa semplicemente un agnello immolato, «Ecco l'agnello di Dio», la vittima immolata per la nostra redenzione. Ho appena visto qui in Turchia le icone della natività: Gesù bambino non è in una culla, ma in un sarcofago, non è avvolto nelle fasce ma nelle bende mortuarie, proprio a significare il suo destino fin dall'inizio. 

La sua triplice critica non dovrebbe portare ad abbandonare il cristianesimo? Perché parlare di neo-cristianesimo? 

Secondo me non c'è alternativa. Sono molto preoccupato dalla situazione spirituale dell'Occidente. Siamo la prima società umana che nella storia mostra di essere priva di religione, il che ci rende stranieri morali gli uni con gli altri. Quello che per alcuni alcuni è un sommo diritto, per altri è un terribile delitto. Ci ritroviamo scollegati, sconnessi, disorientati. Quello che la religione ha sempre costituito per gli esseri umani è proprio l'orientamento di fondo, a livello individuale, e poi per la sua capacità di connettere tra loro le diverse libertà e di costituire una societas, un insieme non di stranieri morali, ma di soci. 

Come arriva da qui al suo neo-cristianesimo? 

Perso che in Occidente il cristianesimo tradizionale non sia più in grado di essere questo collante delle singole libertà che ci rende soci. Al contempo, però, penso che nessun'altra spiritualità lo possa essere. Non penso che possiamo aderire a qualunque altra religione. Penso che l'Occidente sia chiamato a penetrare fino in fondo la propria tradizione, a rinnovarla nella linea di quei teologi a cui mi ispiro, come Hans Kung, Raimon Panikkar, Paul Tillich, prima ancora l'autore di "Senza Buddha non potrei essere cristiano" Paul Knitter. Non a caso Knitter non scrive: "Basta cristianesimo"; ma scrive: "Senza Buddha non potrei essere cristiano". 

Di che cosa c'è bisogno, soprattutto? 

Il cristianesimo ha bisogno di un rinnovamento, di aria diversa, di onestà. Guardi, dell’ onestà di guardare in faccia seriamente questa tradizione, senza avere nulla da difendere, senza volere mentire anzitutto a sé stesso e poi agli altri per far tornare i conti. 

E le altre religioni? Può il cristianesimo rinnovarsi senza che tutte le religioni si rinnovino?

Ciascuno deve fare il suo. Ora mi trovo in un Paese musulmano. Non posso andare da un musulmano e dire tu devi fare così e cosà. Questo non spetta a me. Non posso andare da un fedele ebreo e dire: devi mettere da parte quello che io chiamo israelismo e accettare invece la verità profonda dell'ebraismo. Penso che questo sia un compito della coscienza universale. 

Che cosa intende precisamente con coscienza universale? 

Ricordo ancora il giorno in cui mi commossi quando scoprii Il capitolo 125 del Libro dei morti dell'Antico Egitto, tale e quale il Vangelo di Matteo, ma scritto 1.500 anni prima. «Ho onorato Dio con ciò che egli ama. Ho dato da mangiare all'affamato, da bere all'assetato, una veste all'ignudo e una barca a chi non l’aveva». Ecco, questo è il nucleo della spiritualitá universale. Di quell'etica universale che ti fa sentire al cospetto di una logica di bene. 

Ma così non si riduce tutto a etica? 

Niente affatto. E che partendo dall'etica e arrivando all'etica il banco di prova effettivo è la spiritualità. Si sente proprio questa comunione con tutti i giusti di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Ho appena visitato a Konya il mausoleo di Rumi, questo poeta sufi innamorato dell'amore di Dio e del fatto che questo amore di Dio è nel cuore di ogni singolo umano. Questa cosa io la credo profondamente e mi gioco tutto il mio pensiero sul radicamento della spiritualità nel cuore dell'essere umano. Non il cuore in quanto psiche, ma il cuore in quanto spirito. 

Il suo neo-cristianesimo è poco storico, si direbbe. 

O il cristianesimo è escatologia e soteriologia al contempo, o serve a ben poco. La forza del cristianesimo deve essere la sua capacità di tornare a ripresentarsi come teoria della salvezza e come teoria delle cose ultime, come contatto, comunione con l'eterno. Solo a questo patto c'è religione e spiritualità. Se no, va bene, son tanti saggi storici, il Gesù storico faceva e diceva, ma non c'è quella capacità di parlare all'anima del credente. Insomma, non c'è lo specifico della religione. 

Come vede il suo ruolo. 

Il mio ruolo è quello di "guida dei perplessi", il sottotitolo del mio libro pubblicato da Garzanti nel 2011, Io e Dio. C'erano cinquanta persone in questo viaggio in Turchia non credenti, credenti perplessi, persone alla ricerca. Sono loro i miei lettori. Non si ritengono più del tutto conformi alla tradizione cristiana, al catechismo, insomma al cattolicesimo istituito, e al contempo non si sentono di poter abbracciare l'ateismo. Ma perché io stesso sono così, non è che mi son cercato una fetta di mercato (Ride). 

Pensa di fondare una nuova Chiesa? 

Per l'amor del cielo, sono lontanissimo anche semplicemente dal voler fondare una comunità, non dico un movimento, meno che mai una Chiesa, ma neanche una comunità. Io credo che il mio compito sia quello di offrire la mia ricerca onesta, questo ci tengo a dichiararlo, naturalmente perfettibile, ma insomma di far pensare le persone, il mio ruolo è questo. 

Come dobbiamo presentarla? 

Mi definisco al contempo teologo e filosofo. Ci tengo molto alla dimensione filosofica, alla dimensione del dubbio, dell'indagine, della ricerca. Non c'è nessuna istanza superiore alla coscienza, alla mia coscienza, alla coscienza umana. Io penso che obbedendo alla coscienza si obbedisca allo Spirito Santo.


Gesù e Cristo. L’uomo indica la strada, la figura divina propone la salvezza

Il nuovo saggio di Vito Mancuso separa il Gesù della storia dal Cristo della teologia. Il primo ha cercato la sua rivoluzione terrena della morale, il secondo è la speranza celeste per chiunque creda in lui. Dall’armonizzazione dei due nasce un neocristianesimo.

Recensione al libro di Vittorio Coletti già professore ordinario di letteratura italiana presso l’Università di Genova e accademico della Crusca.

Recensione Coletti Gesù e Cristo [PDF]

È uscito il nuovo (e forse il più importante) libro del teologo Vito Mancuso, Gesù e Cristo (Garzanti): un’opera corposa (770 pagine), di grande probità metodologica, di solida cultura specialistica e notevole audacia teoretica, sistematica nella forma come una summa medievale e libera nel contenuto come deve essere un moderno saggio laico. La tesi, o meglio il risultato del libro è già espresso dal titolo, che collega Gesù e Cristo non con il verbo (è) ma con la congiunzione (e). Per Mancuso, infatti, testi neotestamentari alla mano, scrutinati passo passo, il Gesù storico e il Cristo-Dio della religione sono sì riferiti alla stessa persona, ma non perché questa possedesse due “nature” in una, ma perché la prima è quella originaria, finita tragicamente in croce, del figlio di Maria, nato a Nazareth, con i suoi quattro fratelli e un numero imprecisato di sorelle (come risulta dai vangeli), e la seconda è quella aggiunta dall’immediata reinterpretazione della crocifissione come espiazione dei peccati e inizio della salvezza del Figlio unico del Padre celeste, nato a Betlemme (e anche questo risulta dai vangeli).

La nuova filologia mette in discussione la teologia tradizionale: i testi del Nuovo Testamento mescolano i due profili della stessa persona, perché sono stati tutti scritti da autori che hanno risentito pienamente dell’insegnamento dell’apostolo Pietro (che per primo aveva fatto circolare l’idea che il Maestro era morto in croce non perché fosse stato sconfitto, ma perché era il Cristo atteso che espiava i peccati “del mondo” sulla croce e vinceva la morte stessa resuscitando) e soprattutto di Paolo, che, sull’intuizione di Pietro, aveva avviato la costruzione del superbo tempio teologico che avrebbe rapidamente cancellato quello ebraico frequentato da Gesù. Di conseguenza, le fonti canoniche sarebbero già guidate, nella selezione dei fatti e dei detti di Gesù, dalla prospettiva del Cristo, anche se lasciano trasparire ripetutamente (espesso con aperte contraddizioni in cui si infila la critica testuale) la storia umana del figlio del “carpentiere” (Giuseppe).

Mancuso spiega chi era stato davvero Gesù, un ebreo osservante, animato dal fervore profetico dell’attesa di un’imminente (una o due “generazioni”!) venuta del Regno di Dio, cioè della liberazione di Israele dal potere politico degli occupanti romani e, soprattutto, da quello religioso e corrotto degli ebrei collaborazionisti. Era stato messo a morte, con la punizione che tipicamente spettava agli accusati di colpe politiche (la crocifissione), perché, in Israele (allora come anche oggi), la religione è subito anche politica. Gesù era morto sconfitto dopo aver generosamente combattuto per le sue idee rivoluzionarie, simili a quelle di altri profeti del tempo, come il protagonista del Libro di Enoc, coevo dei vangeli. Cristo invece è morto sapendo di aver “tutto compiuto”, cioè il progetto divino di redenzione non più delle sole “pecore perdute di Israele” (cui pensava di dedicarsi in esclusiva Gesù), ma di chiunque avesse creduto in lui: progetto che gli era ben noto perché del Padre condivide “la stessa sostanza”. La sua vera storia, quindi, comincia con la morte “secondo le scritture”, tanto che la croce diventa il segno della nuova religione che porterà il nome suo e non quello di Gesù. “A voi ho trasmesso… quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le scritture”, scrive san Paolo già vent’anni dopo la crocifissione, mettendo Cristo e solo lui al centro della vicenda umana di Gesù, di cui la cosa veramente importante erano dunque, prima, la morte e, poi, la resurrezione, che vinceva la morte e diventava una certezza di fede, anche se raccontata dai testi in maniera che solleva per Mancuso molti dubbi. Il cristianesimo comincia dunque con San Paolo che trascura Gesù a favore di Cristo e dice: “se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana (cioè Gesù), ora non lo conosciamo più così”. Gesù è rimasto un fedele dell’ebraismo con il suo rigoroso monoteismo. Cristo è diventato uno dei tre volti del Dio dei cristiani.

Ma che cosa discende, per Mancuso, da questa ricostruzione filologica di tutti i testi neotestamentari, sostanzialmente condivisa per altro dai più autorevoli esegeti del Nuovo Testamento? Intanto, un gesto di onestà intellettuale, perché oggi la moderna esegesi biblica non consente più di non sottoporre le Scritture all’analisi della filologia e della critica testuale. Poi due cose: una rinnovata attenzione per il Gesù storico, non per rilanciare il suo apocalittico messaggio religioso, intriso degli ardori dell’epoca, ma per rivalutare il suo radicale impegno per la giustizia, e una diversa proposta della irrinunciabile centralità del Cristo, visto come figura simbolica, nella nostra cultura, dell’universale tensione alla verità. La separazione filologica tra Gesù e Cristo non comporta infatti, per Mancuso, l’abbandono di uno dei due o di entrambi, ma la consapevolezza che rappresentano due assi costitutivi dell’uomo buono di sempre: l’aspirazione al bene e la domanda di verità. Questa tensione è, per il teologo, la vera via della “salvezza”: se Gesù indica la strada della morale e della giustizia, Cristo fornisce ad essa il fondamento trascendente e universale, cosmico diceva Teilhard de Chardin, necessario alla ricerca del senso della nostra chiamata alla vita e del suo mistero, a quella dimensione spirituale che Mancuso chiama ancora anima ed è l’impronta e la speranza nell’uomo dell’eterno.

La storia (Gesù) e l’Idea (Cristo) dovrebbero armonizzarsi nel neocristianesimo di Mancuso, senza mancare di rispetto alla filologia, cioè alla realtà, ma anche senza perdere lo slancio che induce a cercare la verità oltre di essa. Convinto con Wittgenstein “che la salvezza, intesa come soluzione dell’enigma della vita nello spazio e nel tempo, non possa venire da dentro la storia… quella risoluzione è fuori dello spazio e del tempo”, Mancuso ha portato all’estremo quello che un giorno ha detto il suo primo maestro, Carlo Maria Martini: “non puoi rendere Dio cattolico, Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno… ma non dobbiamo confonderli con Dio… che non si lascia dominare o addomesticare”. Non credo che la benedizione postuma di Martini renderà il libro di Mancuso più accetto alla Chiesa. Ma sarebbe davvero un peccato se questa fingesse di ignorarlo, perché vi è interrogata in maniera onesta e radicale.


GESÙ O CRISTO? IL DILEMMA CHE PUÓ RINNOVARE LA FEDE

L’appassionata ricerca di Vito Mancuso per un cristianesimo all’altezza dei tempi moderni

Recensione di Marco Vannini filosofo per RSI Cultura

Recensione Marco Vannini RSI Cultura [Link]

Gesù o Cristo? Il dilemma che può rilanciare la fede [PDF]

«Ma voi chi dite che io sia?», chiede Gesù ai discepoli (Mt, 16, 15) – una domanda, questa, che si pone ancora oggi, in tempi di crisi delle religioni costituite. Per la ricerca storica, quale si è compiuta dall’illuminismo ai nostri giorni, la risposta è comunque che Gesù era un uomo che predicò un messaggio di giustizia, con l’imminente avvento del regno di Dio; fu perciò messo a morte dalle autorità politiche e religiose, timorose di possibili conseguenze sediziose. Appartiene invece soltanto alla fede la costruzione del mito salvifico di Cristo, Figlio di Dio, disceso dal cielo per morire, onde riscattare l’uomo dal peccato originale, salvo poi vincere la morte con la resurrezione. Occorrerebbe dunque chiamare gesuano tutto ciò che concerne l’uomo storico Gesù e il suo insegnamento effettivo, lasciando l’aggettivo cristiano per quella religione che fu in realtà costruita da Paolo, vero fondatore del “cristianesimo”. Questo è il punto di partenza anche del libro di Vito Mancuso, appena edito da Garzanti col titolo «Gesù e Cristo», che, discutendo criticamente la più aggiornata letteratura sull’argomento, conclude che sì: da una parte v’è un Gesù uomo, nato come tutti gli altri, morto contro la sua volontà; dall’altra v’è il Cristo, incarnazione di Dio, nato da una vergine, morto volontariamente per i nostri peccati, secondo la teologia progressivamente costituitasi nei primi tre secoli dell’era appunto “cristiana” .

Non possiamo qui neppure accennare ai numerosi affascinanti punti discussi in questo poderoso saggio (780 pagine), frutto dell’appassionata ricerca di tutta una vita, ma rileviamo comunque che l’autore fa sua un’importante rettifica: prima ancora di Paolo, fu Pietro a iniziare la predicazione propriamente cristiana, cambiando Gesù in Cristo, come è chiaro dalla risposta che dette alla domanda qui posta all’inizio: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente», e dunque mutando il gesuanesimo nel cristianesimo, ovvero una religione di osservanza di stampo ebraico in una di salvezza, incentrata sul concetto ellenistico di mistero.

Quel che c’è di veramente attuale nel libro è però la proposta che l’autore fa di un neo-cristianesimo, ovvero di una religiosità nuova, che raccolga il meglio, per così dire, tanto del gesuanesimo quanto del cristianesimo. Se è infatti essenziale in primo luogo l’onestà della ricerca, per cui non possiamo credere a miti surrogatori della verità storica, altrettanto importante è riconoscere che la nascita e lo sviluppo del cristianesimo, seppur profondamente diverso dall’originaria predicazione di Gesù, rispose a un’importante esigenza morale: quella di uscire dalla ristretta logica di un annuncio valido per il solo popolo ebraico, per muovere verso una dimensione universale, pienamente umana. E, d’altro canto, come non tenere presente quel profondo significato spirituale di una morte volontaria per noi, dedizione al prossimo fino al sacrificio della vita, che ha ispirato per secoli la santità di tanti, uomini dotti e semplici fedeli? Questa idea si può correttamente chiamare “redentiva”, in quanto esempio capace di distruggere davvero, alla radice, quell’amore di se stesso, quell’attaccamento alla volontà propria, in cui da sempre grandi filosofi e mistici hanno riconosciuto il vero, autentico “peccato originale”, che accompagna sempre ogni essere umano.

Oltre agli eventi, anche le idee hanno infatti un valore storico, per cui non dobbiamo scartare Cristo per restare, eventualmente, seguaci di Gesù; in questo senso il titolo stesso del libro, «Gesù e Cristo», non indica solo un argomento, ma anche una proposta: per venire incontro alla tragedia della nostra società, che, forse per la prima volta nella storia, si trova senza religione, dobbiamo riconoscere il primato del bene e dell’amore, credendo non a una «salvezza» operata dall’esterno da un salvatore, un redentore, ma a un esser «salvi» già nella vita buona, nella vita giusta, che, a parere dell’autore, ogni uomo può vivere seguendo la retta ragione.

In conclusione al libro, di Gesù si afferma che «non la morte sulla croce, ma l’annuncio del regno di Dio fu la missione della sua vita. Egli non fu l’agnello di Dio, ma il profeta che insegnò a cercare per prima cosa il regno di Dio e la sua giustizia. Per questo ancora oggi rappresenta la possibilità della trascendenza; perché la sua figura sempre indica che il vero essere, la vera vita, è al di là della storia: è il regno di Dio. E se Gesù è questo, allora egli davvero coincide con Cristo, e la simbiosi Gesù-Cristo può ancora vivere dentro di noi».  Subito di seguito, riferendosi all’episodio dell’incontro di Gesù con la samaritana, là dove egli dice alla donna che non si adora Dio né a Gerusalemme né sul monte Garizim, giacché i «veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità», perché Dio è spirito e deve essere adorato in spirito e verità (Gv 4, 21-24), Mancuso conclude che si ha qui la presa di coscienza di una logica nuova, denominata «spirito e verità». La relazione autentica con Dio sta dunque solo in questa relazione spirituale, «che si realizza quando si ama e si serve sopra ogni altra cosa la verità, la quale, come ha insegnato Gesù, non è una formula o un dogma da ripetere a voce, ma una logica da concretizzare con l’azione» (p. 727).

Quello che parla nel passo giovanneo non è però Gesù (l’episodio infatti è sicuramente non storico), bensì il Cristo, frutto della riflessione teologica dell’autore del Quarto vangelo, che si apre con il Cristo, Logos che è Dio, ed è tutto imperniato sull’ora della sua necessaria crocifissione – dunque un cristiano, più che un gesuano – per cui è chiaro che la simbiosi Gesù-Cristo non solo è ancora possibile dentro ciascuno di noi, ma è anzi assolutamente necessaria, pena l’insignificanza sia di Gesù, sia di Cristo.

Del resto, come lucidamente scriveva Simone Weil in quella Lettera a un religioso che anche in questo libro è più volte citata, «i misteri della fede non sono un oggetto per l’intelligenza in quanto facoltà che permette di affermare o di negare. Non appartengono all’ordine della verità, ma a un ordine superiore. L’unica parte dell’anima umana capace di un contatto reale con essi è la facoltà di amore soprannaturale» – ove è evidentemente essenziale comprendere cosa sia l’ amore soprannaturale, nella sua differenza da quello naturale.