La forza di Essere Migliori

«Oggi in Occidente godiamo di sicurezza, di salute, di ampi spazi di libertà come mai prima nella storia. Ma viviamo allo stesso tempo in una società che sembra credere solo al potere della forza, e in cui sempre di più sono fama, successo e ricchezza i miti da raggiungere a qualunque costo. Chi privilegia virtù e giustizia viene persino deriso e chiamato buonista. Vito Mancuso, riscoprendo le nostre radici che affondano nella cultura classica e nella tradizione cristiana, ci dimostra come sia invece proprio il Bene il più prezioso orientamento della libertà, e ci offre una nuova prospettiva di senso. Perché solo colui che non cerca più di vincere e di prevalere, ma si consacra alla verità, è in grado di far fiorire realmente la propria vita, e vibrare così in armonia con il mondo».

Vito Mancuso «LA FORZA DI ESSERE MIGLIORI» Garzanti Editore, Collana: Saggi, Anno edizione: 2019, in commercio da lunedì 14 ottobre; Pagine: 368 p., Rilegato EAN: 9788811675730, ISBN 978-88-11-67573-0


Recensione di Domenico Bilotti (docente di Storia delle Religioni Università Magna Grecia di Catanzaro) a "La forza di Essere Migliori".

Politicamentecorretto.com [Link]

C'è una peculiare raffinatezza logica nell'itinerario argomentativo e teologico di Vito Mancuso. Il volume dove meglio l'acume discorsivo si sposava allo sforzo esegetico era probabilmente "L'anima e il suo destino", ma il registro comunicativo non ne usciva svilito. Frequenti semplificazioni, numerosi cambi di passo e un'aneddotica mai ingombrante rendevano e hanno reso l'opera un testo fruibile a diversi livelli anche dal pubblico generalista, e fuori dall'ambito, invero assai più stretto, degli storici delle dottrine teologico-canoniche, degli studiosi di escatologia e dei teologi sistematici.

Con l'ultimo volume, "La forza di essere migliori" (Garzanti, 2019), Mancuso si rafforza ulteriormente nel proposito di calare nel concreto la sua indagine teologica; dopo aver percorso le implicazioni etiche dell'incorporeità (e perciò ultimative e necessarie ai fini della decisione pratica), dopo aver portato le Scritture nella storia e aver analizzato la storia nel prisma delle Scritture, oggi Mancuso si sofferma sull'impegno individuale, portando a un'altra dimensione un corpus con una sua linea di coerenza interna davvero suggestiva. Dalla metafisica all'etica, dall'etica alla politica (la sfera storica del discorso politico), dalla politica alla pratica.

La storia della Chiesa ha consumato tra il 1965 e il 1983 due svolte epocali. Dopo il Concilio Vaticano II, e la sua ecclesiologia dinamica, è diventato impossibile al canonista disinteressarsi della teologia, se mai davvero lo avesse fatto; dopo il "nuovo" Codice di Diritto Canonico al teologo capita sempre più spesso di doversi confrontare con gli strumenti privatistici e amministrativi dei diritti codificati secolari. Se non lo fa, su una serie di questioni (dalle grandi migrazioni ai temi eticamente sensibili, dal patrimonio ecclesiastico all'impegno civile), perde di efficacia, di incisività.

Si direbbe allora che Vito Mancuso, con queste oltre quattrocento cartelle che si prestano ad agile lettura e a più avide riletture, esplori oggi le condizioni, tra le altre, di una teologia del "diritto privato", dove la dimensione privatistica è data contemporaneamente dalla responsabilità e dalla vocazione individuali, oltre che dalla natura necessariamente intersoggettiva del nostro stare sulla terra.

Si badi, non si fa qui riferimento a un'accezione un tempo invalsa ancorche' inesatta di diritto "privato" come un diritto schiacciato sugli statuti e sugli istituti della proprietà e del possesso, un diritto a misura dei rapporti sociali dominanti e modellato esclusivamente sul debito e sul credito, sulla pretesa economica speculativa, se non quando proditoria.

Sul piano teorico e diremmo pure pastorale, tutto il volume di Mancuso è un esplicito attacco alla ingorda mercificazione del tempo e degli spazi, a una mentalità egoistica e involuta, a una dimensione solo patrimoniale dell'agire normativo associato.

Ci si riferisce al diritto privato nella sua poiesi originaria, quella della relazione paritetica giuridicamente rilevante che si inserisce in uno scambio sempre produttivo di effetti, e sempre e comunque non di natura esclusivamente patrimoniale: lo scambio leale, che interpreta i codici dell'irripetibile differenza di ciascuno e li mette in contatto. Non un diritto dell'avere ma un diritto del dare. Non un diritto dell'apparire ma un diritto dell'essere.

Col linguaggio poliedrico che gli è proprio, Mancuso, eclettico e sincretistico solo in quanto serve a forgiare l'inchiostro nell'idea, investiga le implicazioni aperte e onnicomprensive del discorso teologico sulle virtù. Ne fa un inno alla possibilità d'azione e alla necessità della comunicazione; uno studio della trascendenza che poggia al tempo presente, una sfida che convoca i padri della Chiesa quanto quel popolo di Dio di marca secondo-conciliare dove si è figli solo in quanto reciprocamente portatori della dignità umana a essenza propria ed altrui. Una lettura edificante e scomoda insieme che non può darsi senza dibattito e confronto di posizioni. Aspro allorchè serva ma proiettato ai pensieri e alle opere (ai motivi e agli atti, chioserebbe il giurista comparatista) degli esseri umani di "buona volontà".


La forza di Essere Migliori

un libro che, attraverso la riscoperta delle nostre radici, accompagna il lettore in un viaggio lungo il sentiero delle quattro virtù cardinali offrendo una nuova prospettiva di senso.
Recensione di Angela Pes per Green Planet News

«Viviamo secondo un modello di sviluppo che adora le cose; non la coltivazione dell’intelligenza, non la lettura, non la cultura, non la partecipazione politica consapevole e competente, ma le cose, gli oggetti, i beni di consumo. I nostri ragazzi sono orientati d’istinto dal clima culturale che respirano a pensarsi in funzione degli oggetti che hanno e non dei pensieri che pensano. Siamo sempre più consumatori, sempre meno esseri pensanti. E quindi consumiamo il nostro pianeta. Lo spolpiamo. Lo inquiniamo. Lo devastiamo. Ne compromettiamo gli equilibri che reggono gli ecosistemi. Per quanto ancora?»

Quanto può essere difficile agire in modo giusto? E quanto può essere realizzabile la giustizia oggi? Dal libro si evince quell’urgenza di un ritorno alla dimensione etica e a quelle domande che forse, troppo spesso negli ultimi tempi, sono state trascurate a favore di qualcosa di diverso, qualcosa che nella nostra società ha assunto una maggiore importanza. Un ritorno a partire dalla riscoperta delle quattro virtù cardinali che come scrive lo stesso Mancuso, sembrano ormai esser state dimenticate, nell’oblio.
Perché allora ripensarle? come potrebbero essere concretamente realizzabili in una società che sempre di più si spinge unicamente verso il consumo, il proprio interesse e l’essere i migliori, prevaricando sugli altri senza pensare, invece, a migliorare sé stessi. Migliorarsi come persone e non rispetto agli altri. Potrebbe essere la soluzione che cerchiamo? Questi i temi e i problemi affrontati da Mancuso nel suo ultimo libro …

Nel suo saggio Vito Mancuso ci spiega come le virtù cardinali “Selezionate dall’antichità con l’intenzione di farle corrispondere ai quattro punti cardinali”, esse intendono giocare un ruolo essenziale nell’orientamento della vita costituendo una specie di bussola per la coscienza alle prese con il caos della libertà.”
Nel testo la dimensione etica appare subito come assolutamente imprescindibile dalla realizzazione dell’uomo. Ed è proprio per questo che il discorso etico andrebbe riscoperto anche se sembrerebbe scomparso nella nostra società. Una dimensione etica che tuttavia, potrebbe salvarci.
“Oggi la passione per la giustizia deve assumere, e in parte ha già assunto, una dimensione ecologica, configurandosi come giustizia verso il pianeta, gli animali, le piante, l’aria, le acque.”
In uno scenario ambientale sempre più preoccupante, con la popolazione in aumento e le risorse che scarseggiano, come affrontare i problemi? Attraverso la lotta di tutti contro tutti fino all’ultima risorsa? Oppure pensando alla possibilità di un miglioramento individuale e collettivo in quanto esseri umani, in quanto uomini. Che il discorso etico si sia molto impoverito, ultimamente, non dovrebbe sorprendere, ma la cosa non sembra cambiare.
Le persone appaiono sempre più incattivite e in qualche modo, imbruttite da questo sentimento.
Vito Mancuso ci spiega come

“Hannah Arendt scrive che quei pochi che si rifiutarono di obbedire al fascismo e al nazismo non lo fecero perché avevano detto a se stessi: ‘Questo non devo farlo’, quanto piuttosto perché si erano detti: ‘Questo non posso farlo’. Il che significa che l’infrazione dei valori per i quali si vive viene evitata perché si sente dentro di sé di non poter procedere in quella direzione, perché si avverte una specie di disgusto verso le conseguenze che inevitabilmente ne verranno.”

La violazione dei valori può portare dunque al disgusto. Nella fondazione della motivazione etica c’è anche la Bellezza; sta forse in questo la sua forza rivoluzionaria? D’altronde Dostoevskij diceva che “la Bellezza salverà il mondo”. Se pensiamo ai tanti volti incattiviti, di coloro che violano tali valori o commettono atti di ingiustizia con l’obiettivo di ottenere chissà quale prestigio o bene, allora di certo mi convinco del fatto che la Bellezza spinga verso tutt’altra direzione con orizzonti e scenari del tutto differenti.
Saggezza, Giustizia, Fortezza e Temperanza sono le quattro virtù cardinali attraverso cui Mancuso propone di ripensare al discorso etico. Quell’etica che può portare al miglioramento di noi stessi come esseri umani e di conseguenza del mondo in cui viviamo. Riscoprendo quel senso di giustizia e quel senso di rispetto nei confronti del mondo in cui esistiamo e che potremmo piuttosto proteggere, all’insegna della bellezza.
Un libro che pone tante domande e spunti di riflessione con temi su cui vale la pena soffermarsi. La riscoperta dell’uomo nella sua dimensione più autentica.


La sfida è essere migliori e non i migliori

Il teologo e filosofo offre una visione ampia, diffusa, ecologica della mente, intesa come quella ragione che guida tutti i viventi e ne regola l’esistenza.

Articolo di Lucia De Ioanna su Repubblica Parma del 13 dicembre 2019

"So che si può vivere non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale".

 

A partire da questi versi di Montale, Vito Mancuso, teologo e filosofo, ospite al Palazzo del Governatore per presentare la sua ultima opera, La forza di essere migliori (Garzanti), in un incontro promosso dalle biblioteche del Comune di Parma e l'assessorato alla Cultura nell’ambito della rassegna A Natale, un libro…, introduce la differenza radicale tra lasciarsi vivere, seguendo catene necessarie ed affezionandosi a quelle catene, ed esistere, assumendo su di sé il rischio della libertà …

Questa cruciale differenza apre la lezione magistrale del filosofo che, con la serissima semplicità di un bambino, interroga e smonta le parole nelle quali si depositano i nostri pensieri per restituircene un senso nuovo, autentico, capace di mettere in crisi le coscienze più assopite.
Il senso forte di “esistere” va cercato nella spinta a porsi fuori dalle catene del vivere in natura, guidati dal bisogno di nutrirsi e di riprodursi, per affacciarsi su una dimensione ulteriore e più profonda: esiste chi viene fuori dal vivere ordinario, dalla vita come prigionia, cattività.
La forza necessaria per diventare se stessi ed esistere autenticamente nasce dall’intuizione di una urgenza: la necessità, in un’epoca di offuscamento delle coscienze, di cambiare, cercando di essere migliori e non “i migliori”, tentando quindi di perfezionare la propria interiorità e non di superare gli altri in una tensione agonistica aggressiva.
Di fronte al folto pubblico che riempie l’auditorium, il filosofo avverte che le sue parole sono rivolte alla coscienza morale di chi ascolta, all’interiorità di ognuno, a “quell’energia libera, indeterminata grazie alla quale ognuno di noi è proprio se stesso”.
Il fuoco concettuale del libro e del dialogo è l’intuizione di come la coscienza, “il fenomeno più stupefacente prodotto dal nostro universo, debba oggi essere considerata in pericolo, proprio nel momento in cui ne abbiamo un bisogno urgentissimo. Senza morale, l’uomo soffre, è demoralizzato. Al contrario, se l’uomo, come singolo e nella vita collettiva, trova una coincidenza virtuosa tra etica pubblica e personale, conduce una vita felice. Credo che oggi, in Italia, la coscienza morale sia in pericolo.”
Ma che cos’è la coscienza? “Io ne parlo come dal basso, a partire dalle sue produzioni: se a un primo livello la coscienza si mostra come cognizione, come intelligenza, possiamo dire che non c’è vita che non sia intelligente. La mente, in questo senso, è più del cervello: molti esseri viventi, come le piante ad esempio, hanno una mente ma non un cervello.”
Una visione ampia, diffusa, ecologica della mente, intesa come quella ragione che guida tutti i viventi e ne regola l’esistenza. Quando, poi, un essere vivente riesce a riflettere, a flettersi su di sé in un movimento introspettivo nasce la consapevolezza: è il salto dell’autocoscienza, di un essere che osserva la propria interiorità. L’uomo, da solo di fronte alla propria interiorità, varca il confine di quella che per Duns Scoto era l’ultima solitudo: se come persone indossiamo sempre una maschera sociale, siamo nascosti dai tanti ruoli che rivestiamo e che ci rivestono, “nella nostra ultima solitudine, ci troviamo come individui, non più divisibili. Troviamo la parte più interiore che non è condivisibile con gli altri, se non in certi momenti intensi dell’amore.”
“La solitudine è la condizione per poter tornare in se stessi, dialogare con sé: è solo da questo dialogo che nasce il pensiero. Come ci ricorda Hannah Arendt, i regimi totalitari privavano gli individui della possibilità della solitudine senza la quale non si dà pensiero e neppure soggetto, se non un soggetto facilmente governabile.”
In questa stratigrafia dell’animo, Mancuso arriva al livello espresso dalla coscienza morale: “Il fondo della dimensione etica consiste nella regola d’oro che ti chiede di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Questa indicazione torna in tutte le culture.”
Va a caccia di queste corrispondenze, Mancuso: “Quando le trovo sono felice come se avessi trovato delle pepite”. Corrispondenze che rafforzano in lui la convinzione che l’etica non sia un insieme di precetti arbitrari che riceviamo in eredità e che vanno a formare un superego pronto a giudicare: “E' l’anima che nella sua estrema, ultima solitudine, giudica se stessa, valuta il bene e il male che fa e che riceve. Questo aspetto profondo dell’animo è confermato dall'esperienza universale di quando, la sera, l’uomo può chiudere gli occhi serenamente perché sente di avere la coscienza pulita.”
La forza per poter migliorare se stessi, per ritrovare una dimensione etica in una società che riconosce come valore solo il consumo e l’interesse personale, può venire da un confronto con le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) nel cui nome è scritta tanto la loro forza quanto la loro funzione orientativa, poli regolativi “di una bussola per la coscienza alle prese con il caos della libertà. Le virtù si chiamano così perché danno forza. La prima di queste virtù, la prudenza, io la chiamo ‘saggezza’, riattivando il suo senso antico e recuperando un termine che corrisponde al valore di questa virtù: si tratta della capacità di comprendere e di avere uno sguardo retto che si posa sulle persone e sulle situazioni. Questo il senso che si rivela anche attraverso la parola ‘giurisprudenza”.
Ma è possibile per gli uomini essere giusti? Mancuso, il cui pensiero ha spesso battuto strade divergenti rispetto a quelle canoniche, esprime un ottimismo etico che dà fiducia all’uomo: “Se per il cristianesimo l’uomo non può essere giusto ma solo giustificato, a causa del peccato originale, per l’ebraismo invece non esistono santi ma ci sono i giusti delle nazioni.”
All’arte si rivolge Mancuso, in chiusura dell’incontro, per dare corpo alla sua idea di una giustizia possibile e vitale anche tra gli uomini: “Se vi capiterà di andare a Padova, alla Cappella degli Scrovegni, vedrete che nei basamenti Giotto dipinge le sette virtù. Tutte sono in piedi, tranne una che è seduta ed ha la corona: quella virtù è la giustizia.”

Articolo di Lucia De Ioanna [PDF]