Mancuso, Nori e il Male: «Se siamo capaci di indignarci significa che siamo sensibili ai valori».
di Eugenio Alzetta, La Repubblica Bologna 27 gennaio 2026
Al Mast, per il Laboratorio di etica, l’incontro fra il teologo e lo scrittore: «A farmi soffrire non è quello che possono fare a me, ma quello che posso fare io agli altri».
BOLOGNA – Che cos’è il Negativo? Che cos’è il Male? Come si manifestano e quali sono le nostre reazioni? Su queste domande si è sviluppato l’incontro tra il teologo Vito Mancuso e lo scrittore Paolo Nori nel primo appuntamento dell’ottava edizione del Laboratorio di etica. Un evento ideato dallo stesso Mancuso, promosso da Mismaonda e ospitato dall’Auditorium della Fondazione Mast di Bologna di fronte a una platea di oltre trecento persone …
«Si dice che oggi non ci sono più i punti fermi che hanno accompagnato l’umanità nel suo cammino sin dalle origini. Non è del tutto vero. Un punto fermo rimane ed è il Negativo», sottolinea Vito Mancuso nella sua introduzione. «Eppure la consapevolezza di fronte al Negativo ci dà speranza. Se ci sono indignazione e malessere, vuol dire che siamo ancora sensibili ai valori. Il Negativo è la patologia. La patologia implica una fisiologia che è la giustizia, l’armonia in quanto salute psichica e spirituale».
Come vede il Negativo Paolo Nori? Lo scrittore condivide il proprio vissuto di fronte a vari incontri con il Male alternando il racconto alla lettura di alcuni passi tratti dalla letteratura russa: «Se c’è un male che nella vita mi ha toccato particolarmente è quello che ho provato nel 1999 in seguito a un incidente in macchina, ha raccontato Nori. Avevo ustioni su varie parti del corpo. Non c’era la pelle, c’era la carne viva, è stato il periodo più doloroso della mia vita; lì ho colto il senso del verso di Pasternak “Vivere la vita non è attraversare un campo”».
Oltre a quello fisico, un male su cui Nori continua a riflettere è quello che emerge dalle opere dei grandi scrittori russi. «Il primo romanzo russo che ho letto è stato “Delitto e castigo” di Dostoevskij. Avevo 15 anni. A differenza del primo libro per adulti che ho amato, “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, è stato il romanzo di Dostoevskij ad aprire in me una ferita che non si è rimarginata. Il protagonista del libro, Raskol’nikov, un delinquente, a un certo punto si chiede “Quanto valgo? Sono come un insetto o sono come Napoleone?”. Mi sono fermato nella lettura e mi sono posto la stessa domanda». «Raskol’nikov è il Male – prosegue – eppure non vedo Lucifero. Pensiamo al sogno in cui Raskol’nikov assiste alla tortura di una cavallina, scoppia a piangere e le bacia gli occhi».
E gli altri volti del Male? Può affascinare, come il diavolo Woland nel romanzo “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, può umiliare l’essere umano, come la fustigazione praticata nella Russia di Tolstoj, e può anche darci l’occasione di esaminare i nostri comportamenti. «Se c’è un male che mi fa soffrire non è quello che fanno a me – ha spiegato Nori -, bensì quello che io posso fare agli altri perché in quel caso sono io colui che agisce. Il Male fa parte della nostra vita, ma se ne siamo consapevoli, può aiutarci a crescere».
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