Gesù e Cristo, la fede da adulti

 

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«Il cristianesimo fatica a trasmettere una riflessione teologica matura. Dal saggio di Mancuso sul rapporto tra spiritualità e vita, un confronto a Tricase tra l’autore e il vescovo Angiuli». Articolo di Luigi Lochi su Il QuotidianodiPuglia.it, venerdì 23 gennaio 2026

Gesù e Cristo la fede da adulti [PDF]

È difficile oggi trovare momenti e luoghi in cui affrontare criticamente un discorso sulla fede. Tradizionalmente il sapere teologico con i suoi linguaggi, almeno in Italia, è stato appannaggio soprattutto del clero e della sua gerarchia. Ai fedeli laici, nella migliore delle ipotesi è stata riservata una grammatica minima, fatta di formule e dogmi …

Anche quando, raramente, le parrocchie organizzano sull'esempio del cardinal Martini le "scuole della Parola", cioè lettura, interpretazione e commento delle Sacre Scritture, queste sono iniziative episodiche, che comunque vedono come unico protagonista il prete e la sua "cultura". Le stesse omelie pronunciate durante la Messa sono parole vuote, astratte, quasi sempre moralistiche. Nessuna valenza pedagogica. Nessuna narrazione della Parola fatta con linguaggi comprensibili. Concetti come quelli di salvezza, redenzione, peccato, grazia e così via restano imprigionati in formule astratte e ripetitive che impediscono il confronto con la nuda vita delle persone. Insomma, spesso viene giustamente lamentata l'ignoranza dei cattolici sulle ragioni del proprio credere, senza però riconoscere che questa carenza culturale dipende dal modello di Chiesa "clericale", denunciata spesso da papa Francesco come uno dei principali limiti del cattolicesimo italiano. 

Nonostante il Concilio Vaticano II, nelle comunità ecclesiali domina, infatti, il potere assoluto ed escludente del clero. Ai laici è riservato solo un ruolo ancillare di servizio. Al clero "il sacro" (e la teologia); ai laici solo "il secolo", l'impegno nella società. Non solo, l'enfasi sulla secolarità del laico ha rafforzato quella distinzione, portando di fatto a riconoscere un ruolo primario del clero nella comunità ecclesiale e parallelamente un ruolo primario del laico nella società, anche se negli ultimi decenni il rapporto con la Politica è stato un compito realizzato in maniera diretta dalla stessa gerarchia. Il laico ha così continuato a trovarsi in una posizione subalterna non soltanto rispetto alla riflessione teologica, ma anche rispetto alle mediazioni politiche. In ogni caso, questa posizione subalterna doveva poi finire per mettere in questione la stessa funzione secolare del cristiano, alle cui competenze mondane non ha corrisposto una personale maturazione teologica e spirituale. Quello che oggi è necessario, allora, è ridire la fede con linguaggi nuovi e categorie culturali lontane dalle tentazioni ricorrenti di ridurre la fede a religione civile e a strumento di potere.

 Da questo punto di vista un contributo importante può venire dalla presenza a Tricase, oggi e domani, del teologo laico e filosofo Vito Mancuso che, presentando il suo ultimo libro Gesù e Cristo, si confronterà con i vescovo di Ugento-Santa María di Leuca Vito Angiuli, teologo e filosofo. L'evento è importante almeno per due motivi. In primo luogo, per l'argomento affrontato, che di fatto rinvia ai fondamentali della fede cristiana, sviluppati con un approccio critico. L'autore muove infatti da una e congiunzione (e non verbo), per affermare che il Gesù storico è altro spetto al Cristo, l'Unto di Dio. Gesù Cristo sarebbe un concetto elaborato dai primi apostoli, dopo la morte per crocifissione di Gesù, per dare un senso a quella morte che rischiava di sancire il fallimento dell'intera predicazione del Maestro. Al tempo stesso Mancuso respinge l'alternativa Gesù o Cristo che alcuni studi storici del cristianesimo tendono invece ad affermare all'insegna di una netta contrapposizione tra la verità storica e il messaggio religioso, ritenendo, al contrario, che la distinzione sia oggi la condizione necessaria perché il cristianesimo recuperi l'insegnamento di Gesù (gesuanesimo) e si riconfiguri come una fede matura e consapevole, all'insegna di una più veritiera correlazione tra "Gesù e Cristo", tra la storia e l'idea.

In secondo luogo, l'evento è importante per il metodo che viene proposto e che vede una Chiesa che ha il coraggio di aprirsi al confronto anche con posizioni critiche. Un tempo le idee di Vito Mancuso sarebbero state certamente "scomunicate". Oggi un vescovo predilige il dialogo alla condanna. Sarebbe bello, però, che questo dialogo si tenesse lentano dai toni apologetici, che rischierebbero di trasformare il confronto in una lotta antistorica. Il neo cristianesimo proposto da Mancuso, infatti, costringe il cristianesimo, come oggi è pensato e vissuto, a porsi finalmente alcune domande dalla cui risposta dipende in larga misura la possibilità stessa del credere: il popolo di Dio avverte il bisogno di salvezza? E soprattutto di quale salvezza? Attende ancora vigilante la seconda venuta di Gesù? Oppure, con TeiIhard de Chardin, dovrebbe riconoscere che in realtà non si aspetta più nulla? Domande che si collocano certamente in una dimensione escatologica, ma le cui risposte non possono non avere conseguenze sul piano storico concreto. Il libro di Mancuso ha due grandi meriti: del primo si è già detto, sfida i credenti a pensare una fede adulta, non superstiziosa, non infantile, capace ci farsi domande, nella consapevolezza che – come sottolineava il teologo Carlo Molari – "Tutto nella storia è in evoluzione. E anche il pensiero della Chiesa è così. Nella Chiesa ancora oggi c'è chi pensa che l'ortodossia vada salvaguardata e che ogni sua evoluzione sia male. Ma il male è proprio avere questa visione delle cose". Non è forse la stessa consapevolezza che avvertiva papa Francesco quando richiamava l'importanza e la fecondità del pensiero incompleto? 

Il secondo merito è quello di aver realizzato un vero e proprio compendio di tutte le ricerche storiche e le riflessioni teologiche che si sono susseguite nel tempo intorno alla figura di Gesù, che ne fa un testo imprescindibile per un approccio critico al cristianesimo. Non mi riconosco particolari competenze teologiche. E tuttavia, al netto della questione se Gesú fosse l'agnello di Dio oppure il profeta che insegnò a cercare per prima cosa il regno di Dio e la sua giustizia, non posso non condividere quanto scrive Mancuso: "(Gesù) ancora oggi rappresenta la possibilità della trascendenza: perché la sua figura sempre indica che il vero essere, la vera vita, è al di là della storia: è il regno di Dio. E se Gesù è questo, allora egli davvero coincide con Cristo, e la simbiosi Gesù-Cristo può ancora vivere dentro di noi."