Nacqui Ortica Selvatica

Laboratorio di Scrittura e Lettura Creativa - POESIE DAL CARCERE 

a cura di Silvana Ceruti e Alberto Figliolia. Prefazione di Marco Garzonio  collana Agape 156, pagine 180, prezzo € 15.00  

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«Quando Margherita Lazzati e Silvana Ceruti mi hanno chiesto di scrivere una prefazione per questo libro di poesie, mi ha preso un forte senso di pudore. Mi sono chiesto che cosa avrei mai potuto dire io che non fosse superfluo di fronte a una raccolta poetica che è una MINIERA DI SENTIMENTI E DI VISSUTI. Mi sono risolto ad accingermi a quella che vivevo proprio come un’impresa difficile quando mi sono affidato alle bozze, che facevo scorrere lentamente, senza sapere dove sarei arrivato e se sarei riuscito a scrivere. Titoli e versi mi hanno rimandato a poco a poco ai pensieri, alle situazioni, agli incontri, al lavoro che mi hanno abitato in questi ultimi tempi. Allora ho avvertito esigente il bisogno di restituire qualcosa, di condividere una ricchezza straordinaria di esperienze che ho avuto la fortunata opportunità di vivere. Scrivere queste poche righe sarebbe stato il modo di corrispondere da parte mia al dono che mi veniva fatto di essere messo a parte degli esiti intensi, ricchi, profondi che il Laboratorio di Lettura e Scrittura Creativa sta producendo.»

dalla prefazione di Marco Garzonio

LABORATORIO DI LETTURA E SCRITTURA CREATIVA È stato fondato venti anni fa da Silvana Ceruti che continua ad animarlo con Alberto Figliolia – a livello di volontariato. Insieme a loro altri fedeli amici-collaboratori e occasionali ospiti offrono alle persone detenute che frequentano il Laboratorio un contributo di amicizia e di cultura. Il fine fondamentale di questo Laboratorio è infatti “fare un pezzo di strada insieme” tra persone “dentro” e persone “fuori”, scoprire sentimenti propri e altrui e linguaggi per esprimerli. 

Prefazione Poesie dal carcere [PDF]  Scheda Nacqui Ortica Selvatica [PDF] 

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Le Dolomiti? Così belle da diventare forme dello spirito

Intervista al prof. Vito Mancuso di Fausta Slanzi

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«Noi abbiamo a che fare con una concezione individualista, soggettivista della bellezza, la cultura dominante dice, “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. Io non penso sia così. La bellezza è oggettiva e non soggettiva» afferma Vito Mancuso.

L’essere umano come si rapporta al valore della bellezza?

«Come si conosce la bellezza? Per qualcosa che sta di fronte a noi, è qualcosa che non produce la mente, ma la produce nel momento in cui ha dei criteri che esistono già. E quali sono, questi criteri? Io faccio riferimento a Tommaso d’Aquino: claritas, integritas, debita proportio-armonia. La bellezza ha a che fare con la chiarezza, non devi ragionare per capirla. Non a caso in greco il significato di estetica è qualcosa che prende i sensi, sei rapito dalla bellezza. Il senso di trascendenza che la bellezza comunica – quando sei di fronte a qualcosa di bello, un paesaggio, il mare, le montagne, le Dolomiti, un volto, una musica – è che ci si sente piccoli. La bellezza, quella vera, è grande e tu ti senti piccolo rispetto alla bellezza della montagna, del mare: sei al cospetto di qualcosa che trascende da te. La bellezza ti porta a fare un’ esperienza spirituale, è un incanto; ti porta al di là di te. Le Dolomiti sono lì e se a qualcuno non piacciono è un problema del suo rapportarsi a un valore, ad una epifania dell’ essere che esiste e che ci fa dire che le Dolomiti sono belle a prescindere dal riconoscimento UNESCO.Tutte le persone formate riconoscono la bellezza nelle Dolomiti, nel mare della Sardegna, nei templi greci, nella musica dei grandi come Bach; questo vuol dire che contrariamente a quanto sostiene la cultura dominante, la bellezza è oggettiva e non soggettiva»…

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La bellezza salverà il mondo?

Presso la Corte di Adelio ad Erba (CO), martedi 13 giugno si e' tenuto l'incontro-dibattito ''LA BELLEZZA SALVERA' IL MONDO?'', organizzato dall'Associazione Ancora Onlus. Relatori: Gherardo Colombo, Donato Bettega, Carlo Sini, Maurizio Ferretto e Vito Mancuso. Accompagnamento musicale: Sulutumana

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Conversazione con Vito Mancuso

La libertà è il coraggio di dire no a se stessi

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Vorrei essere libero, libero come un uomo. […] 
La libertà non è star sopra un albero 
Non è neanche il volo di un moscone, La libertà non è uno spazio libero 
Libertà è partecipazione

Ascolta l'intervista a Vito Mancuso al [Link] La 27^ora

Questa è la libertà secondo Giorgio Gaber; non a caso da quattro anni è l’inno della nostra iniziativa Il Tempo delle Donne, e Vito Mancuso rilancia: «Siamo al mondo per diventare liberi». Ottima definizione di quello che è uno scopo per la vita che ha sicuramente a che fare con la felicità. Ma cosa intendiamo per libertà? O meglio ancora: cosa significa essere liberi? E tu: ti ritieni libero? Credi che la libertà sia qualcosa di interessante per la tua vita? Quante domande. Ma la filosofia prima di tutto deve interrogarci, come faceva Socrate, perché nell’interrogarci, il nostro pensiero prima e la nostra esistenza poi prendono forma, più saputa e consapevole. 

Anche Mancuso, noto teologo e filosofo, autore di vari saggi di successo di cui il primo L’anima e il suo destino, ci pone parecchie domande che ci guidano in un’ indagine della nostra condizione esistenziale nel suo Il coraggio di essere liberi (Garzanti 2016). La questione della libertà, come della felicità, è quindi molto concreta: «Abbiamo il coraggio di essere liberi? Crediamo che si possibile essere liberi?» Il coraggio di diventare più consapevoli della nostra condizione esistenziale e quindi anche del nostro sguardo che gettiamo sul mondo, insieme al coraggio di essere e restare sempre creativi, per trasformare la realtà che ci è data, là dove possibile, con le nostre stesse mani, è ciò che serve per sperimentare la libertà. Inizialmente noi non siamo liberi, dice Mancuso: «Siamo condizionati e determinati da educazione, cultura, stato di nascita … pertanto la libertà nasce prima di tutto da un atto voluto di liberazione, dal coraggio di dire di NO e di iniziare ad orientare i nostri desideri e gli obiettivi della nostra vita».

La felicità, in questa visione – facendo riferimento anche ad Aristotele – non è solo divertimento, ma è vivere in maniera piena, facendo sì che ci sia «accordo del nostro essere materia necessitata con il nostro essere capaci di scelta e di creatività, cioè di libertà». Quindi prendiamo la nostra realtà e cerchiamo di trasformarla creativamente, con la passione per la vita stessa, con il gusto di esistere che possiamo provare ogni giorno.

Laura Campanello

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Morire con dignità, prospettive sull’eutanasia

Diritto e dovere di scegliere, per un’etica di fine vita. Ancora una volta la Massoneria del Grande Oriente d’Italia affronta un tema di grande impatto sociale. L’iniziativa è del Collegio Circoscrizionale della Lombardia che ha realizzato il 10 giugno 2017 a Milano il convegno “Morire con dignità. Prospettive sull’eutanasia”. L'evento si è svolto nel Salone degli Affreschi della Società Umanitaria. Primo piano, quindi, sulla dignità umana e sul diritto di poter scegliere come morire quando la vita è considerata ormai insopportabile e non più degna di essere vissuta. In Italia l’eutanasia è considerata reato mentre un italiano al giorno va in Svizzera per mettere in atto il suicidio assistito. Con numeri in crescita e il problema sempre più scottante con le parti sociali che continuano a dividersi. Il dibattito è in corso in vari paesi e chiama in causa la cultura laica di una società. Al convegno del 10 giugno sono intervenuti esponenti della politica, della teologia, della medicina, di cultura e informazione. E' stato un dialogo interdisciplinare che ha esaminato l’argomento in più aspetti. Hanno portato contributi: Daniele Capezzone, Vito Mancuso, Maria Rita Gismondo, Mauro della Porta Raffo. Ha modera gli interventi Claudio Bonvecchio, filosofo nonché Grande Oratore del Grande Oriente d’Italia. Il convegno è stato aperto dal saluto del presidente circoscrizionale della Lombardia Antonino Salsone.

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IL MALE – risvegliare l’umano

Christian Albini, “IL MALE” – risvegliare l’umano – in H. Arendt e D. Bonhoeffer, Gabrielli editori 2016. Recensione di Francesco Cattellani.

Schermata 2017-06-23 alle 20.42.51Il volume di C.Albini, giovane e brillante teologo recentemente scomparso, la cui ricchezza di riflessioni rende ancora più grave il peso della sua perdita, si confronta con il problema per eccellenza: il Male. La questione viene trattata in quattro capitoli, dapprima dal punto di vista biblico (la resistenza al male nella Bibbia), poi attraverso la riflessione sul pensiero di H. Arendt (la via della mente) e di D. Bonhoeffer (la via della Parola), infine cercando di tracciare un punto di incontro tra le due posizioni (risvegliare l’umano). Le due figure, diverse tra loro per vicenda biografica e per formazione del pensiero, sono accumunate dall’aver vissuto l’atrocità del nazismo: la Arendt rifugiandosi prima a Parigi e poi negli Stati Uniti, Bonhoeffer partecipando alla resistenza al regime di Hitler fino a pagare con la vita. Albini fin dall’inizio entra nel cuore della tematica, poiché non si tratta di stabilire un’ontologia del Male di derivazione dualista (si esclude un principio del Male, o una presenza spirituale personale “avversaria” pag.18), ma di sondare il mistero della libertà umana: “la creazione sarebbe il progetto di Dio ancora in divenire, ancora in atto (creatio continua), nella quale il peccato agisce come libertà che invece si muove nella direzione della de-creazione” (pag.20). L’autore recepisce l’interpretazione di M. Buber, secondo cui la Bibbia non elabora un pensiero speculativo sul male, ma delinea delle immagini, delle descrizioni, dei racconti che ne illustrano le dinamiche e gli effetti. Il peccato nella Bibbia ha un suo inizio: l’idolatria. Questo peccato non deriva da un principio del Male di origine divina, ma nasce dal cuore dell’uomo, nasce nell’interiorità e comporta la responsabilità. L’uomo è soggetto alla possibilità di operare contro Dio (de-creazione), ma non è soggetto ad alcun peccato originale (pag.27). Il cuore dell’uomo, sede dei pensieri, delle emozioni, dell’immaginazione, dei desideri deve trovare la propria unificazione attraverso un cammino di purificazione e di resistenza al male dentro di sé. Si tratta di custodire il cuore, di vigilare, di prestare attenzione, di vegliare (pag. 32-33) …

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Sola Grazia

I TESTI ESSENZIALI DELLA RIFORMA PROTESTANTE a cura di Giuseppe Alberigo, nuova edizione a cura di Domenico Segna

sola-grazia-9788811146872La Riforma protestante, innescata nell’ottobre del 1517 dall’affissione delle 95 tesi di Lutero sul portale della cattedrale di Wittenberg, non è solo la più dolorosa lacerazione nella storia del Cristianesimo, ma anche uno degli eventi fondanti dell’età moderna. Da Lutero a Melantone, da Zwingli a Calvino, da Vergerio a Ochino e Socini, il volume presenta gli scritti più importanti dei padri della Riforma raccolti nella storica antologia critica di Giuseppe Alberigo, qui riproposta in una nuova edizione curata da Domenico Segna.

Giuseppe Alberigo (1926-2007), allievo di Delio Cantimori e Giuseppe Dossetti, fu storico della chiesa e diresse l’iniziativa editoriale Storia del Concilio Vaticano II (1995-2001).

Domenico Segna è docente di Protestantesimo presso l’università «Primo Levi» e l’istituto «Carlo Tincani» di Bologna. Ha pubblicato: Un caso di coscienza. Giuseppe Gangale e «La Rivoluzione protestante» (2016).

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