Pensiero

Come interpreto il mio essere “teologo”?

Così ha scritto di me una giornalista del “Corriere della Sera”, Daniela Monti, in un’intervista per un libro che uscirà nel 2010 per Einaudi.

Vito Mancuso è un teologo di 47 anni “con una solida vita di fede alle spalle“. Non nutre dubbi sull’esistenza di Dio e “sulla vita divina cui noi uomini possiamo partecipare”. Però pone domande. Molte domande, convinto che, qualunque sia il nodo che si affronta, occorra “guardare bene negli occhi il fenomeno, in modo fermo, con animo saldo, disposti a lasciarsi scavare”. E’ un teologo di frontiera… Un teologo che per parlare della vita e della morte sconfina dalla dottrina per addentrarsi nella scienza; che usa un’equazione matematica per spiegare cosa l’uomo intenda per anima; che ama la chiesa, convinto però che oggi sia possibile fare teologia solo “fuori le mura”.
Interpreta, insomma, la teologia come intelligenza della fede, non come consolidamento dello status quo ecclesiale. “La chiesa oggi si sta giocando il proprio futuro – dice in questa intervista -. O sarà capace di intercettare con autenticità il nuovo bisogno di spiritualità che emerge prepotente dall’Occidente o l’Occidente se ne andrà altrove e il cattolicesimo, così come l’abbiamo conosciuto, non esisterà più”.

Come interpreto il mio essere teologo “cattolico”?

Così ho scritto del mio lavoro nel libro Per amore. Rifondazione della fede, ora pubblicato negli Oscar Mondadori col solo titolo Rifondazione della fede:

"Queste pagine si pongono idealmente al cospetto di tutti gli uomini, a qualunque religione o popolo appartengano". L’autore intende il suo essere cattolico nel senso più radicale del termine, cattolico in quanto universale, perché un pensiero è autenticamente cattolico non tanto se obbedisce supinamente ai dettati del magistero romano, ma se ha a cuore il bene e la vita di tutti.

 

 

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