Pensiero

Sul metodo

Per quanto concerne il metodo, più volte Mancuso si è dichiarato a favore del superamento del principio di autorità, che a suo avviso domina ancora oggi il cattolicesimo, e per l’instaurazione di ciò che egli definisce “teologia laica”, ovvero di un lavoro teologico per il quale l’istanza conclusiva non è l’autorità magisteriale della dottrina stabilita, ma la coerenza del pensiero rispetto all’esperienza concreta a livello oggettivo e l’onestà intellettuale a livello soggettivo.
Riportiamo a questo riguardo alcuni passaggi di un articolo apparso su “Repubblica” il 10 dicembre 2009:

«La teologia può tornare a far pensare gli uomini a Dio solo a due condizioni: radicale onestà intellettuale e primato della vita. Ha scritto Nietzsche: “Nelle cose dello spirito si deve essere onesti fino alla durezza”. È vero. Se vuole tornare a essere significativa, la teologia deve configurarsi come radicale onestà intellettuale. Vi sono stati pensatori che nel ‘900 hanno scritto di Dio in questo modo: penso a Florenskij, Bonhoeffer, Weil, Teilhard de Chardin. Si tratta di continuare sulla loro strada. Oggi la coscienza europea non è più disposta a dare credito a una teologia che dia il sospetto anche del minimo mercanteggiare.
In questa prospettiva la teologia deve intraprendere una lotta all’interno della Chiesa e della sua dottrina, talora persino contro la Chiesa e la sua dottrina, senza timore di dare scandalo ai fedeli perché il vero scandalo è il tradimento della verità e l’ipocrisia. Ha scritto nel 1990 il card. Ratzinger: “Nell’alfabeto della fede al posto d’onore è l’affermazione: In principio era il Logos. La fede ci attesta che fondamento di tutte le cose è l’eterna Ragione”. Parole sublimi, ma ecco il punto: proprio dall’esercizio della ragione all’interno della fede sorgono acute difficoltà logiche su non pochi asserti dottrinali. Simone Weil rilevò il paradosso: “Nel cristianesimo, sin dall’inizio o quasi, c’è un disagio dell’intelligenza”. Tale malaise de l’intelligence è attestato anche dal fatto che i principali teologi cattolici del ‘900 hanno avuto seri problemi con il magistero, penso a Teilhard de Chardin, Congar, de Lubac, Chenu, Rahner, Häring, Schillebeeckx, Dupuis, Panikkar, Küng, Molari. E oggi le cose non sono migliorate, anzi.
L’impostazione dominante rimane oggi la seguente: la teologia si esercita nella Chiesa e per la Chiesa e deve avere un esplicito controllo ecclesiale. Nel documento La vocazione ecclesiale del teologo, firmato dal cardinal Ratzinger nel 1990, il nesso chiesa-magistero-teologia è strettissimo. A mio avviso è precisamente questo nesso che oggi la teologia deve sottoporre a critica. Perché il cristianesimo possa continuare a vivere in Europa, è necessario che la teologia liberi il pensiero di Dio dalla forma rigidamente ecclesiastica impostale lungo i secoli con la morsa degli anathema sit e faccia entrare l’aria pulita della libertà. Non sto auspicando la scomparsa del magistero, ma il superamento della convinzione che la verità della fede si misuri sulla conformità a esso. Ciò che auspico è l’introduzione di una concezione dinamico-evolutiva della verità (verità = bene) e non più statico-dottrinaria (verità = dottrina). Una teologia all’altezza dei tempi non può più configurarsi come obbedienza incondizionata al papa. L’obbedienza deve essere prestata solo alla verità, il che impone di affrontare anche le ombre e le contraddizioni della dottrina.
Ciò comporta il passaggio dal principio di autorità al principio di autenticità, ovvero il superamento dell’equazione “verità = dottrina” per porre invece “verità > dottrina”. È esattamente la prospettiva della Bibbia, per la quale la verità è qualcosa di vitale su cui appoggiarsi e camminare, pane da mangiare, acqua da bere. In questo orizzonte l’esperienza spirituale ha più valore della dottrina, il primato non è della dogmatica ma della spiritualità, e i veri maestri della fede non sono i custodi dell’ortodossia ma i mistici e i santi (alcuni dei quali formalmente eterodossi come Meister Eckhart e Antonio Rosmini). Ne viene che un’affermazione dottrinale non sarà vera perché corrisponde a qualche versetto biblico o a qualche dogma ecclesiastico, ma perché non contraddice la vita, la vita giusta e buona. Si tratta di passare dal sistema chiuso e autoreferenziale che ragiona in base alla logica “ortodosso-eterodosso”, al sistema aperto e riferito alla vita che ragiona in base alla logica “vero-falso”, e ciò che determina la verità è la capacità di bene e di giustizia. Così la teologia diviene autentico pensiero del Dio vivo, qui e ora.»

La teologia laica con cui Vito Mancuso ama definire il senso di un lavoro fatto di lezioni universitarie e di articoli, di libri e di conferenze, rimanda a un discorso su Dio che sia tale da poter sussistere di fronte alla filosofia e alla scienza, le forme più accreditate del discorso veritativo nell’epoca moderna e contemporanea, ma che soprattutto sia tale da poter ancora oggi rappresentare per gli uomini della postmodernità un itinerarium mentis in Deum.

 

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