Cosa può fare il Silenzio

Cosa Può Fare il Silenzio

 

Prefazione al libro di Gabriele Goria  Cosa Può fare il Silenzio – [PDF]

 

Cosa puo fare il silenzio – copertina

 

 

Sono sul treno che da La Spezia mi sta portando a Parma dove spero di arrivare in tempo per la coincidenza per Bologna che mi riporterà a casa. Ho appena concluso la lettura del dattiloscritto di Gabriele Goria di cui qualche mese fa ho accettato al buio di scrivere una prefazione. A proposito di buio, in questo momento il treno è in una galleria e la voce dell’altoparlante sta ricordando le istruzioni sui biglietti elettronici e altri dettagli informativi che si ripetono metodicamente e che avrò sentito già tre o quattro volte dalla partenza, ma è una bella giornata di sole e più che il buio delle gallerie, da cui peraltro in questo momento siamo già usciti, sono le immagini dei colli e dei torrenti, e della natura ormai quasi primaverile con i suoi primi fiori, a incidersi nei miei occhi …

Ho conosciuto Gabriele Goria grazie ad Armando Buonaiuto che ci convocò a Venezia sull’isola di San Servolo in occasione di un convegno residenziale di tre giorni denominato Officine di spiritualità. E in effetti la lettura di questo lavoro di Gabriele (con cui sull’isola non ho dovuto attendere molto per entrare in amicizia e che per questo chiamo per nome) mi ha dato proprio l’impressione di trovarmi all’interno di un’officina: di una grande stanza nella quale, più che escogitare nuovi esperimenti come in un laboratorio, si riparano le macchine che per un qualche guasto non funzionano più. Sintomatico è l’episodio della lavatrice raccontato dall’autore: aprire la propria psiche con un cacciavite invisibile, capirne la composizione e i meccanismi, e così aggiustare ciò che non va più, e poi, proprio come una vecchia lavatrice che funziona di nuovo e riprende a lavare gli indumenti, giungere a proferire azioni e parole pulite. Ecco il compito di questa “officina di spiritualità” rappresentata da questo bellissimo libro.

Ogni tanto dal finestrino scorgo dei fiori, i primi che la fine dell’inverno regala. Questo libro è un fiore che l’autore regala a ognuno di noi. Perché è proprio questo il mistero: che all’interno di un’umanità sempre più sterile, fredda, calcolatrice, avida e sconsolata, esistono ancora persone diverse che non hanno perduto la capacità di generare una vita diversa, non dominata dall’ego e dalla sua avidità ma dal senso del mistero della ricerca. 

Ricerca di cosa? Un tempo si sarebbe risposto “di Dio”, oggi i più rispondono “di sé”: Gabriele va al di là di questa antitesi, superando sia la religiosità tradizionale che cercando Dio dimentica il sé (soprattutto il corpo e la sessualità), sia la psicologia contemporanea che cercando il sé dimentica Dio (l’idea più grande del nostro piccolo sé) e così cade in uno scontato individualismo narcisistico. Qual è quindi la ricerca condotta da Gabriele che si incontra in queste pagine? È la ricerca dell’autentico io, quello che diviene tale aprendosi all’essere, alla vita, alla natura, allo spirito; insomma, all’ulteriorità della trascendenza, intesa però non come “totalmente altro”, ma, esattamente al contrario, come “totalmente identico”. Al vertice di questa prospettiva, infatti, Dio e io coincidono: non perché l’io si è annullato per affermare Dio e neppure perché si è realizzato annullando Dio, ma perché ha trovato la sua autenticità scendendo in profondità dentro di sé e raggiungendo quella dimensione che il più alto pensiero filosofico e teologico denomina “coincidentia oppositorum”. Gabriele ne parla in termini di «vuoto pieno» (p. 20). 

La prima persona singolare da lui utilizzata sistematicamente è per me, nella singolare prospettiva appena descritta, il certificato di garanzia dell’autentica esperienza spirituale: quella che non mira né all’incensamento dell’ego né alla sua distruzione, ma alla sua conversione, rinnovamento, fioritura. Noi infatti siamo qui per fiorire e dare frutti, e non c’è esistenza che non possa portare frutto. 

Per questo il libro di Gabriele pullula di ricordi personali e di esperienze autobiografiche che si leggono con vero piacere. Eccolo bambino di quattro anni con i genitori nella sala di meditazione di una comunità hindu, ragazzino con la nonna in una chiesetta cattolica, ormai cresciuto alle prese con la sua prima esperienza di meditazione vipassana, punto al collo da una vespa in un centro di meditazione zen, in palestra per un impegnativo esame di Taijiquan, con un singolare prozio costruttore di orologi di ogni forma e materia, in piazza San Pietro dal Papa, fermato all’uscita da una chiesa da un monaco poi diventato suo maestro, incontrare un padre domenicano che gli ricorda «una montagna che cantava», escluso dalla comunità buddhista e caduto in una profonda crisi, guarito tramite «l’abbraccio della foresta», nell’atrio dell’Università delle Arti di Helsinki mentre medita in pubblico per dieci giorni di fila per un totale di centodieci ore (impresa, quest’ultima, finita sui giornali finlandesi). E dopo la già accennata rottura e riparazione della lavatrice, arrivano gli incredibili ricordi di una nascita particolarmente travagliata e altre delicate annotazioni personali. 

Ma qual è la meta a cui giunge Gabriele e verso cui le sue pagine indirizzano i lettori? È quella che egli presenta descrivendosi già nel sottotitolo e più volte lungo il libro “un libero meditatore”. Gabriele cioè non si identifica più in una tradizione religiosa particolare, né in quella cattolica né in quella induista né in quella buddhista, che pure hanno contribuito alla sua formazione. Ma attenzione: il non accettare più il patrimonio dottrinale di queste antiche religioni non lo porta ad abbandonare completamente i loro concetti, quanto piuttosto a trasformarli in domande. Dio in questa prospettiva, da dogma da professare e difendere, diviene una domanda da rivolgere alla vita e al suo senso. Allo stesso modo l’anima, da ipostasi creata direttamente da Dio al momento della nascita, come professa la dottrina cattolica, o da mera inesistenza, come ritiene il buddhismo, diviene per Gabriele un flusso in costante trasformazione. Ma al di là di ogni discussione dottrinale, il punto decisivo a mio avviso consiste in quanto egli descrive così: «La mia fiducia nelle risorse dello spirito umano. È questo, infatti, che si guadagna leggendo queste pagine: la fiducia nella vita, nella reale possibilità di viverla consapevolmente mediante la pratica meditativa. Il lavoro interiore in cui consiste la ricerca spirituale appare qui non facile ma possibile; non alla portata di tutti, ma tale da poter essere veramente eseguito; non senza fatica, ma insieme non senza leggerezza. 

La teologia del dialogo interreligioso, che troppo spesso è solo retorica accademica o diplomazia ecclesiastica, diviene nel libro di Gabriele un discorso concreto in quanto frutto di esperienza e di vita reale. Ai nostri giorni vi sono a mio avviso cinque possibili vie mediante cui intendere il rapporto tra le varie religioni, vale a dire: esclusivismo, inclusivismo, pluralismo relativo, pluralismo assoluto, reciproca ibridazione. In quale di queste cinque vie si colloca l’opera di Gabriele? Per la via detta esclusivismo (tipica delle religioni abramitiche e in esse ancora maggioritaria) c’è una sola religione vera mentre tutte le altre sono false, il che è quanto di più distante vi possa essere dall’impostazione di Gabriele. Neppure la seconda via detta inclusivismo gli appartiene, dato che essa ritiene sì vere tutte le religioni, ma ne considera una (ovviamente la propria) più vera di tutte le altre, le quali vengono quindi chiamate a essere incluse, direttamente o indirettamente, in essa. Il discorso si fa più interessante per le altre tre vie. 

Il pluralismo relativo, detto anche convergente, ritiene che tutte le religioni siano sentieri autentici, certamente diversi l’uno dall’altro, ma convergenti tutte verso un’unica e medesima meta. Il pluralismo assoluto sostiene invece che le diverse religioni non sono per nulla indirizzate verso un’unica meta, perché ciò che per una religione è una meta, per un’altra è un punto di partenza o addirittura un pericolo, per cui si deve constatare tra loro un’irriducibile differenza. Vi è infine la quinta via descrivibile come ibridazione, o anche molteplice appartenenza, che costituisce una radicalizzazione del pluralismo relativo in quanto sostiene lo sconfinamento del singolo credente in altre tradizioni religiose fino a aderirvi, senza per questo però abbandonare la religione di partenza. 

Un esempio al riguardo è la celebre frase di Raimon Panikkar, che fu sacerdote e teologo cattolico: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto indù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano». Un altro esempio al riguardo è il libro di Paul Knitter, a sua volta teologo cattolico, intitolato Senza Buddha non potrei essere cristiano, nel quale l’autore sostiene che il sentiero buddhista l’aiuta a superare ostacoli che nel cristianesimo gli risultano insuperabili configurando così un percorso a zig-zag: si sente ancora nel sentiero cristiano perché Gesù è troppo importante per lui, ma dichiara di poterlo seguire solo se su alcuni tornanti si fa aiutare dal Buddha. Insomma una doppia appartenenza che Knitter definisce dual belonging e i suoi critici sincretismo. 

A quale di queste tre vie (pluralismo relativo, pluralismo assoluto, ibridazione) ascrivere la prospettiva di Gabriele? Ecco alcune sue affermazioni al riguardo presenti in queste pagine:

- «Pur non escludendo un’unità di direzione generale – un modo di elevazione di crescita personale –, devo aprirmi alla possibilità che esistano tante vette quante sono le vie. Come rette parallele, le varie strade potrebbero non avere un termine ultimo di incontro: anche quando camminano in armonia, non è detto che giungano a toccarsi» (pp. 61-62).

- «Ritengo possibile abbracciare diversi approcci come tante sfaccettature di un solo percorso. Per quanto mi riguarda, non esiste un sentiero in grado di soddisfare la totalità dell’essere» (p. 85).

- «Ho scritto di molte tecniche, approcci e tradizioni. Ma alla fine, guardando all’essenza di questo mio percorso, riconduco tutto alla consapevolezza» (p. 106).

- «Ho già espresso il mio dubbio circa l’idea che tanti sentieri convergano in una meta comune. Credo comunque che tutti i seri cammini contemplativi si muovano in elevazione. Presentano cioè una sintonia di percorso, pur senza necessariamente incontrarsi […] Rivolgendo uno sguardo panoramico alle pratiche meditative, è possibile trovare un’unità che non nega la diversità, anzi: ne abbraccia il valore» (p. 140).

Mi sembra di dover concludere che Gabriele si colloca teoreticamente nella quarta via, non senza un’apertura pratica verso la quinta. Dal punto di vista dottrinale (inteso non solo come idee teologiche, ma anche come metodi operativi) egli sostiene un pluralismo assoluto, nel senso che per lui non sarà mai possibile né auspicabile far convergere una religione in un’altra, e neppure fondere una pratica meditativa con un’altra. È inutile e anche pericoloso cercare ibridazioni o reciproche fecondazioni, meno che mai mediazioni e compromessi. Dal punto di vista del risultato finale però, nella misura in cui esso si configura non come sistema dottrinario ma come situazione esistenziale del singolo praticante, un’effettiva convergenza o addirittura unificazione è possibile, e infatti in questa prospettiva Gabriele sostiene: «Non ho trovato esperienza più unificante del silenzio” (p. 140). 

Eccoci quindi giunti al vero protagonista di questo libro: il silenzio. Il titolo Cosa può fare il silenzio è una promessa, e il lettore, giunto al termine della lettura, può constatare che la promessa è stata mantenuta e capisce da sé cosa può fare il silenzio: può riempire di pace solitaria la sua anima e insieme aprirla alla gioiosa condivisione con tutti i viventi ben al di là delle fedi e delle ideologie.

Ho iniziato a scrivere questo testo sul regionale La Spezia-Parma e l’ho concluso il giorno dopo nello studio di casa (a proposito, il treno era in orario e io sono riuscito comodamente a prendere la coincidenza). La vita è un viaggio di cui pensiamo di conoscere la partenza (anche se non è detto: siamo proprio sicuri di essere partiti nel giorno della nascita e di non avere invece un inizio precedente?) e di cui certamente non conosciamo la fine: sappiamo solo che essa ci sarà, non però se consisterà in un arrivo, o in una ripartenza, o in una dispersione nel nulla. Alle prese con questa ignoranza di fondo sulla direzione e il senso del nostro viaggio, l’unica certezza su cui possiamo contare riguarda lo stile del nostro viaggiare. Possiamo farci condurre da altri, oppure scegliere noi la direzione; possiamo correre per essere i primi, oppure camminare, talora con altri talora da soli, ma sempre secondo il nostro ritmo naturale; possiamo procedere con sempre più paura man mano che la fine si avvicina, oppure respirare sereni e fiduciosi. I luminosi insegnamenti di Gabriele ci aiutano a scegliere da noi la direzione e a camminare consapevoli verso il mistero della fine e forse di un nuovo inizio.

Vito Mancuso