Il Coraggio di Essere Liberi

Garzanti editore 2016

Esiste veramente la libertà? E, se esiste, dov’è? Com’è? Come definirla? Se invece non esiste, perché tutti ne parlano, la ricercano, la pretendono?

In questo libro, Vito Mancuso affronta la questione in modo concreto, interrogandosi non tanto sulla libertà come concetto, quanto sull’essere liberi come condizione dell’esistenza reale. La domanda più importante qui non è: «Esiste la libertà?», quanto piuttosto:

«Tu ti ritieni libero? E se non ti ritieni tale, lo vuoi diventare? Hai, vuoi avere, il coraggio di essere libero?».

Per essere liberi, infatti, ci vuole coraggio. Guardando al mondo e agli esseri umani, quello che appare è uno sterminato palcoscenico su cui tutti si esibiscono indossando le diverse maschere imposte dall’esistenza, ma ognuno di noi, soprattutto in quei momenti in cui è solo con se stesso, sperimenta anche l’acuta sensazione di essere qualcosa di assolutamente differente e separato da tutto il resto, qualcosa di unico. La scintilla della libertà nasce da questa consapevolezza, per sostenere la quale è necessario però il coraggio: il coraggio di sottrarsi al pensiero dominante e scoprire nuovi valori in cui credere; il coraggio di scrollarsi di dosso le convenzioni che ci soffocano e costruire un rapporto autentico con gli altri e con se stessi; il coraggio di essere liberi per diventare veramente chi siamo.


Esiste veramente la libertà? E se esiste, dov’è? Come definirla? Questi sono gli interrogativi che si pone Vito Mancuso, facendoci capire che tutti noi nella vita quotidiana siamo abituati a recitare, come se fossimo su un grande palcoscenico, portando volta per volta la maschera idonea alla situazione in cui ci troviamo. La nostra libertà di esprimerci e di essere è infatti molto spesso condizionata dagli interlocutori che abbiamo davanti, dagli ostacoli che dobbiamo superare, dai luoghi che frequentiamo: secondo i casi, vestiamo dunque una particolare maschera per essere accettati e compresi. A chiunque, infatti – per paura, per convenienza, e a volte anche con le migliori intenzioni –, è capitato di sforzarsi di apparire come gli altri volevano vederlo. Dunque, la vera libertà la troviamo quando abbiamo il coraggio di guardare dentro noi stessi, in momenti di grande solitudine, o in compagnia delle persone che amiamo di più; e in generale tutte le volte che –magari grazie anche a un lavoro nel quale ci riconosciamo e che ci gratifica – riusciamo a esprimerci pienamente e a gettare via la maschera. Come tutti i libri di Vito Mancuso, anche questo – bellissimo – apre la mente, facendoci riflettere e discutere.

 

Romano Montroni presidente del Centro per il Libro e la Lettura (Cepell) istituto autonomo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che ha la funzione di diffondere e promuovere la cultura del libro e della lettura.


LA PRESENTAZIONE DI PIERLUIGI DI PIAZZA

al CENTRO BALDUCCI 4 novembre 2016

 

Vito Mancuso è ritornato fra noi per la presentazione del suo ultimo libro, Il coraggio di essere liberi, per condividere l’impegno della continua ricerca, le sue intuizioni ed elaborazioni.

Non ho la pretesa di riassumere i contenuti del libro; non avrebbe neanche senso perché lui che l’ha scritto è qui; cerco di condividere, a modo d’introduzione, qualche spunto.

 

Il primo, è una percezione di fondo leggendo in modo meditato queste pagine: la libertà è aspirazione e fatica, si colloca in una dimensione profonda dell’essere e riguarda le relazioni. La partenza della riflessione e poi la chiusura le ho trovate molto significative: ci portano sul palcoscenico della vita, dove recitiamo una parte. Si recita con la maschera che gli altri vorrebbero che noi indossiamo per rispondere a questo loro volere, a questa loro attesa? Noi sentiamo l’anelito di liberarci dal copione scritto per noi dagli altri, per essere e diventare veramente noi stessi. Altrimenti saremmo riducibili alla maschera, saremmo personaggi privi della personalità interiore.

 

Vito si inoltra nella ricerca e ci dice che condizione indispensabile della libertà è la solitudine, l’essere soli con se stessi, senza palcoscenici su cui recitare; ma che insieme, altra condizione indispensabile è la relazione e altra ancora il coraggio di rimanere consapevolmente e con autorità nell’esperienza dialettica fra solitudine e relazione, fra individuo e persona. La libertà nasce da una sofferta dialettica: fra l’individuo, nella sua irriducibile singolarità, non ulteriormente divisibile e l’aspirazione ad andare oltre, a una trascendenza che ci abita, ci distanzia dalle condizioni e dai frutti del nostro operare. Quindi, noi siamo e non siamo le nostre maschere.

 

Perlustrando le esperienze contraddittorie, faticose e certo anche luminose della libertà sperimentiamo la libertà da e la libertà per; le zone, per così dire, di ombra, di buio e quelle di luce. Sperimentiamo il processo in cui siamo coinvolti, il necessario coraggio per liberarci dalle dipendenze del proprio ego. Ritorna frequente la domanda: ma è davvero possibile essere liberi, liberi personalmente e liberi politicamente? La libertà e la necessità – riflette Vito – pur non essendo teoricamente conciliabili tra loro, entrambi interpretano una dimensione della realtà in modo veritiero. Entrano in dialettica e il risultato di questa dialettica è l’antinomia.

 

Si tratta, prima di tutto, di un dibattito interiore, è dentro noi stessi infatti che dobbiamo  cercare l’avversario e in questa esperienza riconosciamo di sapere di non sapere. Le domande incalzano: ma i nostri desideri possono diventare per noi stessi una forma di dittatura? L’amore stesso può diventare sottomissione a ciò che si ama o a chi si ama? Ma una condizione di schiavitù non è forse cercata, non si cerca forse troppe volte qualcuno o qualcosa davanti a cui chinarsi? Essere liberi non è facile, dunque, non è un’acquisizione  definitiva, è un itinerario, un processo, un cammino; è emancipazione dall’ambiente e dagli altri (libertà da); è dedizione a una realtà più grande del sé (libertà per). Il cammino chiede una continua conversione, una liberazione dall’ego che nella sua autoreferenzialità, nella sua chiusura, può deformare la percezione della realtà fino all’incapacità di amare. 

 

Ci possono essere forme interiori di schiavitù nei rapporti con il proprio corpo, la propria psiche, le proprie idee… Queste sono davvero scelte liberamente dopo averle confrontate con altre? La libertà ha a che vedere con il caos, con il principio di indeterminazione, il caos che ha potere creativo e potere distruttivo; libertà è caos più consapevolezza, più logos, inteso come spirito.

Si diventa veramente liberi quando ci si libera dai fantasmi della mente; quando si mette a tacere l’ ego con le sue pretese e le sue paure E si apre la mente all’aria pulita della realtà; quando si depone il desiderio dell’autoaffermazione E ci si accinge a servire il mistero dentro cui siamo capitati nascendo. Si tratta di cambiare. Il compito consiste in un’azione, un cambiamento, una trasformazione, come dice Vito Mancuso nel suo libro: il pensiero-rumore: trasformarlo in pensiero-silenzio. Il pensiero-sospetto: trasformarlo in pensiero-fiducia. Il pensiero-conquista: trasformarlo in pensiero-contemplazione. Il pensiero al servizio dell’io: trasformarlo in pensiero al servizio del mondo. Il pensiero-ansia che rosica dentro: trasformarlo in pensiero sorgente di pace. La realizzazione di questo lavoro interiore finalizzato alla trasformazione è ciò che consegna l’esperienza spirituale a chi la conduce con gioia e con serietà.

Tale passaggio dal primato dell’ego al primato della realtà inizia quando il desiderio di parlare cede il passo al desiderio di ascoltare. E quanto la tradizione spirituale denomina ‘dimensione contemplativa della vita’. L’ascolto può giungere a una tale attenzione e a un tale rispetto verso la realtà da cui veniamo, in cui siamo immersi da poter essere propriamente definito ‘religioso’, per riprendere l’espressione di un maestro spirituale dei nostri giorni, Andrea Schnöller, che definisce tale liberante disposizione interiore ‘religioso ascolto della realtà’.

Con tale aggettivo non si intende un ascolto orientato alle pratiche e alle credenze religiose, bensì una disposizione molto più originaria e primitiva, quell’atteggiamento a metà tra meraviglia, timore e stupore che contraddistingue la mente ancora innocente nel suo incontro con la realtà. Si intende rimandare all’incanto generato dalla bellezza e dalla serietà del mondo, e dallo sperimentare la vita come mistero.

 

Ma il pensiero è sempre positivo? No, riflette Vito, può essere veleno e medicina, causa di prigionia e insieme sorgente di liberazione. Noi possiamo trasformare il nostro pensiero e almeno parzialmente ci riusciamo quando siamo individui ‘pensanti con il cuore’.

 

E’ quanto esprime a suo modo Ochwìa Biano, nome che significa lago di Montagna, capo del popolo nativo-americano dei Pueblos Taos, durante un colloquio con lo psichiatra e antropologo svizzero Carl Gustav Jung:

«Vedi» diceva Ochwìa Biano, «quanto appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sono sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso, come se stessero sempre cercando qualcosa. Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualcosa, sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo che cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi.» Gli chiesi perché pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi. «Dicono di pensare con la testa», rispose.

«Ma certamente. Tu con che cosa pensi?» gli chiesi sorpreso.

«Noi pensiamo qui», disse, indicando il cuore.

Abbiamo bisogno di una sapienza che ci riconduca a pensare con il cuore. Abbiamo bisogno di tornare a sapere che nella vita della mente, oltre ai momenti comuni di ponderazione e di agitazione, vi sono occasioni dove l’agitazione si placa e si può raggiungere la pace interiore. Il senso specifico del lavoro spirituale consiste nel servire proprio questa dimensione, quando la mente si acquieta e gusta il suono del silenzio, la pace interiore, la gioia intima del cuore, la più profonda liberazione.

 

Profonde le riflessioni sul rapporto fra il divertimento, diventato attualmente l’idolo, e la felicità come premura, cura, nutrimento di relazioni armoniose fra corpo, psiche, spirito perché ciascuna di queste dimensioni né prevalga, né sia sottovalutata rispetto alle altre.

Chissà come si può portare il dolore senza farsi schiacciare; chissà perché il male non solo c’è, ma affascina l’essere umano, e come individuare e riconoscere in modo veritiero la radice del male di cui possiamo essere vittime e che possiamo noi stessi produrre, nella volontà di potenza dell’io. Chissà come riuscire a vivere e anche a morire in libertà. 

Il pensiero di fondo è questo invito al lavoro, all’esercizio personale quotidiano per poter essere più forti nello spirito a promuovere un processo di liberazione che riguarda noi tutti e tante situazioni di questo mondo.

Pierluigi Di Piazza

 


 

 

“Fare teatro vuol dire vivere sul serio quello che la maggior parte della gente, di solito, recita male”. Il celebre aforisma di Eduardo De Filippo porta alla luce immediatamente la contraddizione insita nel ruolo dell’attore: l’ambiguità intrinseca connotata, da un lato, dal doversi calare una maschera sul volto per interpretare vite diverse dalla propria; dall’altro dall’autenticità di una forma d’arte – il teatro, appunto – che sola riesce a portare alla luce le radici più profonde e nascoste delle cose – azioni, pensieri, emozioni – che nutrono l’esistenza. È la stessa contraddizione di fondo della condizione umana: la quale ha bisogno, allo stesso tempo, tanto che l’individuo possa svilupparsi nel fertile silenzio della solitudine, quanto delle relazioni della persona con gli altri, ciascuna caratterizzata da un diverso approccio, un diverso intendimento, un diverso modo d’essere. Considerazioni che pongono contestualmente sia la domanda su dove si trovi la verità del soggetto, sia quella radicale sulla libertà dello stesso: quand’è che la persona è veramente libera? Nella clausura della propria interiorità senza vincoli, o nell’ambito delle costrizioni creategli dai suoi legami sociali?

Vito Mancuso, pensatore che non ha bisogno di presentazioni, di cui abbiamo già parlato volentieri, offre al pubblico una nuova riflessione, nel suo stile tipicamente a cavallo fra quello scientifico e quello divulgativo, rigoroso per necessità, rivolto a tutti per vocazione. Che oltretutto coniuga, come sempre, la speculazione classica della filosofia (a trecentosessanta gradi: dalla dialettica alla teodicea, dalla riflessione sul male a quella sul nichilismo) e quella sapienziale della teologia, con la lezione più recente delle scienze positive, in un intreccio salutare – organico e mai sincretico – scevro da secondi fini quanto dal bisogno di appartenenza (visibili in filigrana in tanta saggistica di settore). Una lettura che porta avanti la strada tracciata dall’autore con le sue numerose opere precedenti – al cui fondo c’è la consapevolezza che l’uomo ha di sé, che dovrebbe avere di sé, che aspira ad avere di sé – che induce il lettore (quasi si vorrebbe dire: “lo costringe”) a interrogarsi non sulla verità estrinseca di testi e opinioni autorevoli, ma su quella attuale della propria esperienza di sé e dell’incontro con la realtà. Un libro che, come ogni cosa buona, sa nutrire con la propria genuinità. Consigliato a tutti.

 

Paolo Calabrò, Filosofia e nuovi sentieri 7 dicembre 2016