Laicità e testamento biologico

E' ripreso, martedì 12 luglio 2011, in aula alla Camera l'esame del disegno di legge sul  testamento biologico. Come contributo all'odierno dibattito in corso sul "fine vita", e la sua conversione in legge, riproponiamo questo articolo pubblicato sul "Foglio" nel Luglio 2008, in cui, partendo dal caso Englaro, Vito ha affrontato "teologicamente" il delicato tema.

Tre premesse fondamentali.

La prima è che io, personalmente, sono contrario a che si interrompa l’alimentazione di Eluana, e se mi trovassi a vivere una condizione del genere, vorrei rimanere al mio posto di combattimento, anche con la sola vita vegetale ma comunque al mio posto nel grande ventre dell’essere: nessun accanimento terapeutico, ma vivere fino in fondo la vita, secondo la tradizionale visione cattolica della morale della vita fisica. La seconda premessa è che adesso non si tratta di me ma di Eluana, e che ciò che è un valore per me non è detto che lo sia per lei: ciò che per uno può essere edificazione, per un altro che la pensa diversamente si può tramutare in tortura. Una diversa concezione della vita produce una diversa etica, e da una diversa etica discende una diversa valutazione delle situazioni concrete. La terza premessa è che lo stato laico deve produrre, a partire dalle diverse etiche dei suoi cittadini, un diritto unico, tale da essere per quanto possibile la casa di tutti, dove tutti vedano riconosciuta la possibilità di vivere e di morire secondo la propria concezione del mondo, realizzando con questo la giustizia, che, com’è noto, consiste nel dare a ciascuno il suo. La distinzione tra etica e diritto è decisiva.

Fatte queste tre premesse mi posso concentrare sulla dimensione teologica del caso Eluana. Nel suo articolo al riguardo (un articolo profondo e riflessivo, in grado di generare capacità di giudizio nelle coscienze, uno dei compiti principali dei pastori della Chiesa) il cardinal Tettamanzi ha fatto riferimento al miracolo di Gesù che riporta in vita la figlia di uno dei capi della sinagoga di una città nei pressi del Lago di Tiberiade (cf. Marco 5, 21-43). Purtroppo qui da noi non ci sono molte possibilità che Gesù si presenti alla clinica Beato Luigi Talamoni di Lecco, prenda per mano Eluana e le dica Talità kum, “fanciulla alzati”. Sarebbe giusto, oltre che bello. Eluana e la sua famiglia se lo meriterebbero dopo anni di sofferenze, sarebbe anche un segno che porterebbe alla fede tanti uomini. Ma è abbastanza improbabile che avverrà. Anche quei poteri di guarigione che Gesù aveva lasciato agli apostoli (“guarite gli infermi, risuscitate i morti”, Matteo 10, 8; cf. anche Marco 16, 17-18; Luca 9, 1-2 e 6) col tempo sembrano svaniti. Sta scritto che san Pietro guariva al solo passare perché era sufficiente che la sua ombra ricoprisse i malati (cf. Atti degli apostoli 5, 15-16), ma da secoli per i suoi successori non risulta nulla del genere. Sta scritto anche: “Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà” (Giovanni 16, 23), e io sono sicuro che le suore Misericordine quotidianamente pregano per Eluana, e con le suore chissà quanti altri pregano nel nome di Gesù chiedendo il ritorno di Eluana alla vita normale, ma non accade nulla di quanto richiesto.

Quello che accade è un’altra cosa. Che cosa? Chi crede in Dio e insieme guarda al mondo per quello che è, non può fare a meno di vedere lo svolgimento di un dramma sul corpo di quella giovane donna i cui protagonisti principali sono il suo padre terreno e il suo Padre celeste. Sul rapporto tra Eluana e il padre terreno sono state scritte molte cose, soprattutto da parte di alcuni cattolici che manifestano in questi giorni un interesse e un affetto che si pretendono persino superiori a quelli del padre terreno e della madre terrena. Ho letto parole sprezzanti verso il signor Englaro, ho letto dichiarazioni che parlano di “uccisione”, di “omicidio”. E siccome dietro la sentenza della Corte di Appello di Milano c’è la richiesta del padre terreno di Eluana, è logico concludere che per qualcuno i genitori terreni vorrebbero “uccidere” la figlia. L’ideologia può accecare. Anche l’ideologia che deriva dalla degenerazione della fede acceca. Si tratta di un fenomeno già riscontrato nella storia della Chiesa: con lo stesso zelo che oggi intende difendere la vita, nei secoli passati si seminava morte mettendo al rogo chi la pensava diversamente. Un tempo i roghi, oggi le insinuazioni di omicidio verso il padre e la madre di Eluana: io non vedo una significativa differenza per quanto attiene alla qualità della violenza.

Ma vengo al rapporto tra Eluana e il Padre celeste. Come ho imparato da un anziano professore di teologia morale, procedo secondo uno schema forse un po’ rigido ma certamente in grado di contribuire alla chiarezza e al rigore del ragionamento. Di fronte a qualunque evento, quindi anche di fronte al caso Eluana, occorre chiedersi se Dio lo vuole o non lo vuole. La domanda quindi è: Dio ha voluto l’incidente stradale del 18 gennaio 1992 che ha condotto Eluana alle condizioni a tutti note, e vuole da allora che questa giovane donna viva così come vive, senza favorirne la guarigione? Alla domanda si può rispondere sì o no, e a seconda della risposta discende una particolare teologia e poi una particolare etica.

A partire dalla rivelazione depositata nella Bibbia entrambe le risposte sono possibili. Chi sostiene che Dio lo vuole si può rifare a Isaia 45, 7: “Io sono il Signore e non ve n’è alcun altro. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo”. Questo testo biblico afferma che Dio provoca la sciagura: quindi anche quella del 18 gennaio 1992 ha in lui la sua causa. Nulla infatti può avvenire nella storia che sia contrario alla volontà di Dio. Tanto più se si tratta dell’uomo, oggetto di cura privilegiata: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valere più di molti passeri” (Matteo 10, 29-31). Ogni giorno molti “passeri” cadono a terra: avvengono decine di incidenti sulla strada e sul lavoro, fioriscono malattie di ogni tipo (solo di tumori ce ne sono almeno un centinaio di specie), nascono bambini malformati (le malattie genetiche censite sono oltre seimila)… se si dovessero elencare i mali che colpiscono quotidianamente il genere umano non basterebbe l’intero giornale. Dio però secondo questa visione governa i singoli eventi con onnipotenza, egli è all’origine di ogni cosa che nel bene e nel male avviene nel mondo, soprattutto per noi, “suo popolo e gregge del suo pascolo” (Salmo 100, 3). Egli è il Signore, e non ce n’è un altro: non c’è “il caso”, cui ricondurre almeno qualche evento. La volontà divina manifesta se stessa nella fisicità di ogni evento, il legame tra il Dio personale e il mondo è diretto, forte, assoluto.

Alla domanda se Dio abbia voluto l’incidente stradale del 18 gennaio 1992 e ciò che ne è seguito si può anche rispondere no, risposta altrettanto legittima alla luce della rivelazione depositata nella Bibbia. Quasi in diretta contrapposizione col testo di Isaia citato sopra che attribuisce a Dio la luce e le tenebre, la Prima Lettera di Giovanni afferma che “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1 Giovanni 1, 5), arrivando poi per due volte a dire che “Dio è amore” (1 Giovanni 4, 8 e 4, 16). Il testo non dice che Dio ha amore, ma che “è” amore, nel senso che l’essenza di Dio è l’amore, e quindi egli non può che volere e operare secondo l’amore, come il padre di cui parla Gesù nella famosa parabola di Luca 15. Ma occorre andare oltre, perché tale amore che è Dio ha assunto carne umana, prefigurando così il paradigma ontologico ed etico in base al quale il bene è sempre il bene dell’uomo concreto. Dopo l’Incarnazione non si può più rimandare a un bene misterioso che l’uomo concreto nella sua carne non comprenderebbe. No, dopo l’Incarnazione il bene è sempre il bene dell’uomo concreto.

Tra le due ipotesi io sostengo la seconda, cioè che Dio non abbia voluto l’incidente e non voglia mantenere ancora adesso Eluana nelle condizioni a tutti note senza favorirne il risveglio alla vita normale (e intendo per normale una vita umana che, oltre alla dimensione vegetativa, conosca la dimensione sensitiva e quella razionale e sia in grado di aprirsi alla dimensione spirituale).

Mentre chi sceglie la prima alternativa ha il problema di come pensare l’essenza divina in quanto amore, il problema per me a questo punto è come pensare l’onnipotenza di Dio. Dio non vuole che alcuni eventi accadano, e tuttavia essi accadono; Dio non ha voluto l’incidente e tuttavia l’incidente è avvenuto; Dio presumibilmente vuole la guarigione e tuttavia la guarigione non arriva. Cosa pensare? Anche qui sono possibili due risposte. La prima nega che Dio sia onnipotente ed è un’ipotesi oggi seguita da molti in teologia. A mio avviso però si tratta di un’argomentazione infondata perché l’onnipotenza è un attributo peculiare della divinità, un Dio impotente non è divino ma solo una consolatoria proiezione. La seconda risposta, che è la mia, riconduce l’onnipotenza divina al farsi della libertà del mondo, nel senso che l’onnipotenza divina dispiega se stessa nel costruire un mondo libero, unica condizione perché possa nascere lo spirito e da qui il vero amore che è il fine della creazione (senza libertà, infatti, niente amore). L’onnipotenza divina è funzionale alla libertà, vuole che il mondo giunga alla libertà. Dio crea il mondo (anche adesso lo crea perché la creazione è “continua”) secondo la sua essenza, la quale è libertà compiuta come amore; quindi Dio, creando secondo la sua essenza, non può che creare un mondo libero. Ne viene che l’onnipotenza divina manifesta se stessa nel portare alla nascita della libertà, a partire dalla vita primordiale (dove la libertà si manifesta come caso e come mutazione) fino al dispiegamento effettivo nell’uomo della piena libertà, la libertà consapevole di essere tale e che vuole rimanere tale. Dio quindi vuole la libertà e l’esercizio della libertà è il medium che ci lega a lui.

A questo punto possiamo tirare le fila del discorso a livello etico. Secondo la prima impostazione (Dio lo vuole, l’onnipotenza di Dio si manifesta in ogni singola foglia che si muove, perché se lui non volesse nessuna foglia si muoverebbe) la propria vita non è disponibile all’uomo. Il fine della creazione non è la libertà, ma è l’obbedienza, e si dà gloria a Dio in quanto gli si obbedisce sempre e comunque. Dio non vuole figli liberi, vuole servi obbedienti, e per questo “la tua vita non è tua”. L’islam è la perfezione di questo paradigma.

Nella seconda prospettiva invece il fine della creazione è la libertà, e la più alta dignità che l’uomo possa mai esercitare è proprio l’esercizio della libertà consapevole. Essere a immagine e somiglianza di Dio significa essere liberi, liberi veramente non per finta, non fino a un certo punto, liberi anche di deliberare su di sé, sul proprio corpo, perché “la tua vita è tua per davvero”, è un dono totale, non un dono a metà (come quelli che ti regalano una cosa o ti fanno del bene, e poi te lo rinfacciano in ogni momento a mo’ di sottile ricatto). Ne viene che la decisione sulla propria esistenza non è mai formalmente contraria alla volontà di Dio. È chiaro che Dio non vuole direttamente la morte di nessuno, anzi egli ha creato ogni cosa per la vita, ed è la vita che celebra la gloria di Dio. Ma più ancora della vita fisica, egli vuole la vita libera. Questo è l’obiettivo del mondo. Se non fosse così, se non fosse la libertà il principale obiettivo, il mondo dovrebbe essere molto diverso: dovrebbe essere ordinato in ogni suo dettaglio, non dovrebbe conoscere il disordine e il male, e nessun incidente stradale sarebbe mai capitato il 18 gennaio 1992 perché una mano sapiente dall’alto avrebbe girato impercettibilmente il volante al momento opportuno. Vi è poi da considerare che se fosse la vita fisica l’obiettivo primario di Dio, si dovrebbe concludere, alla luce dello stato del mondo, che egli è o un grande sconfitto oppure un grande sadico da cui stare prudentemente alla larga. L’obiettivo divino però, ancor più della vita fisica, è la vita libera, e in questa prospettiva Dio realizza veramente il suo piano, perché il mondo che si dispiega ogni minuto sotto i nostri occhi è un immenso esperimento che raggiunge il suo obiettivo, cioè la terribile e insieme meravigliosa alchimia della libertà.

Quindi la deliberazione della libertà sulla propria vita è conforme al volere di Dio, anzi è esattamente ciò che Dio vuole. Naturalmente parlo della “propria” vita, non di quella di altri. Per questo l’aborto è sempre eticamente condannabile, per questo gli embrioni umani sono e devono restare indisponibili. Ma sulla propria esistenza si può deliberare, anzi direi che si deve deliberare, il senso di tutta l’esistenza è una continua ripetizione dell’esercizio della libertà, a partire da quando abbiamo mosso i primi passi, con nostra madre dietro, incerta se sorreggerci o lasciarci, e nostro padre davanti, pronto a prenderci tra le sue braccia. In questa prospettiva ricordo le parole del cardinal Martini: “È importante riconoscere che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana, dignità che nella visione cristiana e di molte religioni comporta una apertura alla vita eterna che Dio promette all’uomo. Possiamo dire che sta qui la definitiva dignità della persona… La vita fisica va dunque rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto”. Il principio primo e assoluto è la dignità della vita umana e questa si compie nella libertà personale.

La tragedia, nel caso di Eluana, consiste nel fatto che non si dispone di un documento giuridicamente valido dove sia attestata la sua deliberazione su di sé. Anche per questo ritengo il testamento biologico un opportuno strumento di libertà. Ognuno vi scriverà la sua volontà, sia chi vorrà essere mantenuto in vita anche in assenza di consapevolezza e nutrito artificialmente (e io sarò tra questi, a lode alla creazione divina), sia chi non lo vorrà. E ognuno vivrà la sua morte nel modo più conforme allo stile dell’intera sua vita. Non mi sembra che uno stato liberale e democratico possa fare di meglio per i suoi cittadini. E alla luce di come va il mondo, sono abbastanza sicuro che questo dispiegamento della libertà sia anche quello che il Padre celeste vuole di più per ognuno dei suoi figli. Se sono vere le cose che di lui ci ha insegnato Gesù, egli comunque ci attende tutti nella gloria della dimora celeste con immutabile amore, un amore di cui possiamo farci un’idea pensando a quello con cui il signor Englaro, ormai tanti anni fa, seguiva i primi passi della figlia che gli si rifugiava tra le braccia, felice.

Vito Mancuso

Pubblicato su Il Foglio, 20 luglio 2008.